NOSTRA STORIA

POLIS APERTA

Polis Aperta è l’unica associazione italiana LGBT di appartenenti alle forze di polizia ed alle forze armate.

È un’associazione culturale ONLUS fondata nel 2004, da un piccolo gruppo di ragazzi omosessuali in divisa, che si trovarono a vivere un’esperienza straordinaria, qualcosa che non si sarebbero mai aspettati: grazie ad un contatto di un giornalista, Giulio Russo (autore del libro “Non chiedere, non dire? Vite di gay in divisa”, ed. Ombre Corte), ebbero l’occasione di partecipare ad Amsterdam alla prima Conferenza dell’EGPA (European LGBT Police Association), una rete europea di associazioni di polizia LGBT, la maggior parte delle quali nate all’interno dei corpi di polizia dei rispettivi Paesi (Inghilterra, Irlanda, Paesi Bassi, Belgio, Svezia, Germania, Austria, Svizzera etc… oggi sono 18 i Paesi membri).

L’EGPA ha un consiglio direttivo composto da uno o due rappresentanti di ogni Paese e un presidente; proprio l’allora Presidente spinse, nel 2004, ad Amsterdam il gruppo di italiani a formare un’associazione anche in Italia, nonostante non fossero visibili e fossero appartenenti a diversi corpi di polizia, peculiarità delle forze dell’ordine italiane.

Polis Aperta è nata quindi su pressione dell’Europa, e non all’interno del movimento LGBT italiano, né all’interno delle istituzioni di polizia, tanto meno delle forze armate, ed i primi anni sono stati vissuti con non poche titubanze ma col tempo si è seguito l’esempio dei colleghi europei ed alcune persone sono uscite allo scoperto, dando visibilità all’associazione che ha così iniziato a crescere.

Polis Aperta, oggi, fa parte del consiglio direttivo dell’EGPA con due rappresentanti e partecipa regolarmente alle riunioni che si organizzano a turno nelle sedi di polizia di vari Paesi. Rappresentanti dell’associazione sono stati ospiti della Metropolitan Police inglese a Londra, della polizia austriaca a Vienna, della polizia belga a Bruxelles, della polizia spagnola a Barcellona, della polizia irlandese a Dublino, città che ha ospitato la Conferenza europea a giugno del 2012 dove siamo stati ricevuti dal Presidente della Repubblica Irlandese Michael D. Higgins. In occasione della Conferenza del 2010 a Vienna due membri dell’associazione, appartenenti alla Polizia Locale di Bologna e alla Guardia di Finanza, richiesero per la prima volta in Italia, ed ottennero, dai propri rispettivi Comandi, l’autorizzazione ad indossare l’uniforme durante la durata dei lavori della V Conferenza Europea dell’EGPA.

La Conferenza del 2014 si è tenuta a Berlino alla presenza dei vertici della polizia tedesca, del sindaco e di altre autorità politiche locali e nazionali; per questa occasione più membri di Polis Aperta appartenenti alla Polizia Locale, alla Guardia di Finanza e per la prima volta alla Polizia di Stato hanno indossato l’uniforme.

Anche in Italia si è tenuto un incontro dell’EGPA nel 2010 a Roma, in una sede non istituzionale, col forte supporto da parte di Arcigay; alla conferenza stampa organizzata per l’occasione ha partecipato il Dr. Enzo Calabria, quale responsabile dell’OSCAD (Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri) – istituito dal Prefetto Antonio Manganelli, prematuramente scomparso, allo scopo d’iniziare a raccogliere dati anche in Italia sui crimini omo-lesbo-transfobici e per rispondere alle esigenze di sicurezza della società con particolare attenzione alla vulnerabilità della minoranza LGBT.

Visto l’ottimo rapporto costruito in questi ultimi anni tra Polis Aperta e l’OSCAD e la partecipazione congiunta ad alcuni eventi europei (seminario in Montenegro sulla formazione su tematiche LGBT rivolta alla polizia organizzato dal Consiglio d’Europa; convegno internazionale IDAHOT – giornata internazionale contro l’omo-lesbo-transfobia – organizzato a L’Aja dal Governo dei Paesi Bassi, alla presenza della famiglia reale), è stato possibile organizzare una riunione di Polis Aperta all’interno della sede della Criminalpol a Roma, nell’ottobre del 2014.

Nell’aprile 2015 abbiamo ospitato un secondo incontro in Italia dell’EGPA, questa volta presso sedi istituzionali: la sede della Polizia Locale di Torino e il Comune della Città di Torino; per l’occasione abbiamo organizzato una conferenza internazionale patrocinata da Comune, Provincia, Regione Piemonte, OSCAD, Polizia Locale di Torino e Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano, che ha coinvolto anche i sindacati italiani e stranieri e a cui è intervenuta la Consigliera per le Pari Opportunità del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giovanna Martelli, unitamente ad esponenti della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri.

Durante le prime uscite sui mass-media, la critica era che siccome alcuni appartenenti presentavano sui giornali o in televisione esperienze positive di coming out, non ci fosse bisogno di Polis Aperta, cadendo nell’errore morboso che dovessimo per forza rappresentare solo l’aspetto negativo e vittimistico della discriminazione ai danni delle persone LGBT.

Polis Aperta non è primariamente un gruppo di auto-mutuo-aiuto per persone in difficoltà, né tantomeno è nata allo scopo di esibire vittime in televisione.

L’imprinting europeo che ha caratterizzato la nascita anche in Italia di una GPA (Gay Police Association) come Polis Aperta è quello della visibilità positiva per rompere il pregiudizio attraverso il valore della diversità, e non il vittimismo, e per promuovere buone prassi nel campo del contrasto ai crimini omo-lesbo-transfobici. Gli obiettivi fondanti dell’associazione pertanto sono:

  • Fornire supporto alle persone LGBT in divisa attraverso esempi di coming out positivi nell’ambiente di lavoro che fungano da modello d’incoraggiamento;
  • Agire sulla società attraverso la visibilità di persone omosessuali in divisa per sradicare pregiudizi dell’immaginario comune legati anche a stereotipi di genere, ed abbattere la storica barriera di antagonismo tra comunità LGBT e Forze dell’Ordine, rivendicando i moti di Stonewall come scintilla fondante del Movimento ed inizio di una lenta evoluzione che ha portato le forze di polizia dagli abusi storici all’organizzazione dei Pride;
  • Fare formazione diretta al personale in divisa, dalle figure apicali fino all’ultimo operatore in strada, sulla questione discriminatoria dentro e fuori le forze dell’ordine;
  • Eliminare pertanto il fenomeno dell’under reporting, aiutando, sostenendo e portando fisicamente le persone oggetto di crimini di matrice omo-lesbo-transfobica a denunciare l’

Questo non vuol dire che per far parte di Polis Aperta occorra essere per forza visibili (ogni persona ha la propria storia personale, vive in un ambiente peculiare e, di conseguenza, i tempi del coming out sono molto soggettivi e non vanno mai giudicati), ma sono tanti i contributi che possono e devono essere dati anche dietro alle quinte; ognuno viene quindi rispettato nel proprio percorso e valorizzato per quel che può dare. Lo scopo finale rimane comunque quello di trasformare la società in modo da abbattere i pregiudizi che ancora condizionano tanti omosessuali a tacere e a nascondere aspetti fondanti e pregnanti della propria vita, compromettendone la possibilità di relazionarsi agli altri in modo sereno e naturale.

La principale sfida da affrontare in tema di lotta all’omo-lesbo-transfobia è il problema del sommerso, quindi dell’emersione attraverso le querele dei crimini subiti dalle persone LGBT. Nella maggioranza dei casi le vittime non denunciano il reato o i reati subiti per svariate motivazioni:

  • Paura di una reazione negativa della polizia o di non essere presi sul serio;
  • Paura che il proprio orientamento sia rivelato in pubblico e/o ai familiari (outing);

Assenza di una legislazione che riconosca il movente del crimine come odio specifico verso l’orientamento omosessuale o l’identità di genere; quindi, in tanti casi, non riconoscimento del reato da parte della vittima che considera quanto subito non un abuso ma qualcosa “da mettere in conto se si è gay/lesbiche/transessuali”.

Per modificare il primo e secondo punto ed incrementare il lavoro di raccolta delle denunce, bisogna far aumentare in maniera esponenziale la fiducia delle persone LGBT negli operatori della sicurezza, sia agendo sui pregiudizi della comunità LGBT pubblicizzando un interesse e una volontà di presa in carico da parte della polizia dei crimini omo-lesbo-transfobici, sia agendo sulla mancanza di familiarità degli operatori di polizia nei confronti del mondo LGBT.

Per modificare il terzo punto, è fondamentale far emergere i reati sommersi, raccogliere e sistematizzare i dati, fare dei report del quadro esistente nel Paese.

Per raggiungere gli obiettivi sopra descritti, validi strumenti da utilizzare possono essere l’istituzione di campagne di sensibilizzazione ad hoc avviate dalle forze di polizia per incoraggiare le vittime a sporgere denuncia; la creazione di un numero telefonico dedicato a cui potersi rivolgere; la presenza di ufficiali e agenti di collegamento tra le forze di polizia e la popolazione LGBT; il lavoro è tanto e la strada lunga ed impervia, ma ci arriveremo.

Questi metodi sono già stati positivamente sperimentati in diverse realtà europee quali i Paesi Bassi, l’Inghilterra, la Spagna, etc… Sono prassi efficaci se messe in atto a livello locale attraverso una stretta collaborazione tra la polizia della città/quartiere/zona e le attività delle associazioni presenti su quello specifico territorio.

Per quanto riguarda la formazione, in collaborazione con la rete europea EGPA e la University College Dublin, è stato messo a punto un pacchetto formativo indirizzato alle forze di polizia relativo a tecniche operative con persone LGBT. In base all’esperienza effettuata, che conferma anche le esperienze e le raccomandazioni diffuse a livello internazionale (Stati Uniti d’America ed Europa), affinché questi training siano efficaci, sarebbe raccomandabile fossero svolti da personale di polizia LGBT, cioè da docenti che possiedano conoscenze ed esperienza diretta sia del lavoro di polizia, sia dello stigma sociale che si subisce in quanto persona LGBT. Inoltre, il fatto di portare una divisa, anche durante il corso, è fondamentale per ottenere la fiducia e l’attenzione dei colleghi partecipanti, la cui idea di base, per scarsa conoscenza e per difesa verso una tematica nuova che può incutere timori e imbarazzi, è che non ci sia necessità di formazione sui temi della diversità e che sia sufficiente trattare tutti allo stesso modo.

Allo stesso tempo Polis Aperta è rivolta anche al settore militare annoverando fra le proprie fila numerosi dipendenti dell’amministrazione difesa e di altri corpi ad ordinamento militare. Se da un lato la storia repubblicana non è caratterizzata da leggi apertamente discriminatorie nei confronti delle cittadini LGBT, l’accesso di questi ultimi a ruoli professionali nel dicastero militare è sempre stato ufficialmente ostacolato da diversi regolamenti interni che nel corso degli anni hanno reso difficile l’arruolamento per tutti coloro i quali si dichiarassero apertamente omossessuali. Nonostante queste restrizioni, lo spirito di sacrificio e di servizio, tipico di chi sceglie di servire il proprio Paese con le stellette, veniva anteposto alla visibilità e alla serenità personale fino a quando l’Unione Europea tramite un Regolamento Comunitario ha fatto decadere le ultime restrizioni permettendo una legittima appartenenza del personale LGBT nelle forze armate. Da allora, però, sebbene il personale più fortunato non riscontri problemi sul posto di lavoro grazie alla fortuita convivenza con colleghi disponibili e intelligenti, chi è meno fortunato deve sopravvivere in ambienti di lavoro difficili dove la discriminazione è quotidiana e, ciò che è peggio, il problema non viene percepito poiché la sensibilità a tutti i livelli, commilitoni, capi e comandanti, è scarsa.

Lo scopo di Polis Aperta perciò è proprio quello di trasformare l’ambiente in cui lavora personale LGBT, in modo che nel tempo queste persone possano sentirsi libere di dichiararsi, di raccontarsi. Cambiare la cultura nelle forze dell’ordine e nelle forze armate può aiutare, inoltre, non solo tutti i colleghi LGBT, ma anche gli stessi colleghi eterosessuali. Questo cambiamento culturale può infatti avere un effetto anche su come gli agenti ed i graduati si relazionano con le donne, con le minoranze etniche, etc… promuovendo pertanto una generale cultura del rispetto nel rapporto con il diverso da sé.

Esiste quindi sostanzialmente la necessità che cresca il numero di persone in divisa, al di là del proprio orientamento sessuale, impegnate nella realizzazione di questo cambiamento, per attuare le buone prassi che i colleghi dei Paesi europei più avanzati stanno suggerendo all’Italia.

Le forze di polizia e forze armate stesse, attraverso le proprie politiche interne indirizzate a tutelare la democrazia e il bene di tutti i cittadini, possono influenzare la politica e cambiare in meglio la società.

Il traguardo finale di Polis Aperta è che un giorno non ci sia davvero più bisogno di un’associazione del genere, ma al momento quel cambiamento culturale necessario non si è ancora compiuto.

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