(https://www.open.online/2022/07/12/polizia-concorso-disturbi-identita-genere/)
"Il fatto che le conoscenze in quest’ambito siano ancora molto contrastanti tra loro e spesso influenzate da disinformazione e pregiudizio si denota dalla continua evoluzione delle nozioni che conducono alla definizione delle diagnosi per le persone che comunicano un’identità di genere non allineata al proprio sesso biologico o un’identità gender non conforming.
Nel 2010, la WPATH ha pubblicato il “De-psychopathologisation statement” nel quale ha chiarito che le identità di genere vanno ritenute varianze di genere e perciò le probabili espressioni di genere che ne derivano non devono ricevere attribuzioni negative o patologiche - comprese quelle disallineate stereotipicamente al sesso attribuito alla nascita. Sicché, non essere cisgender è solo la manifestazione dell’identità individuale di ciascuno che non deve essere tradotta in una condizione patologica.
Nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) IV-TR del 2001 vi era la definizione di disturbo dell’identità di genere che nella V edizione diviene “disforia di genere”. Perdendo il termine “disturbo” e acquisendo quello di “disforia”, il focus si sposta sul disagio soggettivo provato dalla persona e non su un disturbo generico dell’identità che lascia poco spazio all’ empatia e molto alla preoccupazione. Questa nuova terminologia di diagnosi viene collocata non più nel capitolo delle parafilie e dei disturbi sessuali: potrebbe apparire una sfumatura, in realtà, segna la trasformazione della diagnosi e del suo campo d’interesse: da esclusivamente comportamentale, sessuale e disturbato, ad uno più vasto che riguarda l’identità e personalità del soggetto tutto; altro punto che potrebbe non risaltare ad un occhio non critico è il passaggio dalla parola “sesso”, che dominava l’edizione precedente, alla parola “genere” che anche in questo caso segnala uno slittamento del focus su aspetti che non riferiscono al mero piano comportamentale. Il cambiamento da considerare forse il più importante in termini di comunicazione è stato l’eliminare dai criteri diagnostici quello dell’orientamento sessuale. Si tratta di una vera svolta, in quanto segnala l’aver preso atto che l’orientamento sessuale non costituisce un “campanello d’allarme”: diversamente dalle vecchie edizioni affette da un pregiudizio etero-normativo, in cui si riteneva l’orientamento eterosessuale un segnale di predizione per chi si sottoponeva al cambiamento chirurgico del sesso, in altri termini, un soggetto omosessuale - se si fa erroneamente riferimento al suo sesso biologico - era favorito nel percorso di transizione perché avrebbe acquisito di lì a poco lo status di “eterosessuale” e avrebbe protratto nel tempo un’immagine binaria e quindi di “risanamento” della natura che vede come “right way” il binomio di coppia maschile-femminile. Diversamente, un orientamento omosessuale, non era ben visto nei soggetti che desideravano effettuare una terapia ormonale sostitutiva perché avrebbero perseguito un ideale non binario e fuori dagli schemi etero-normativi.
Lo stesso è avvenuto con la pubblicazione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del ICD-11 (International Classification of Diseases) che ha trasformato la diagnosi di disturbo dell’identità di genere (DIG) in “incongruenza di genere” spostandola dal capitolo dedicato ai disturbi mentali e comportamentali al capitolo rivolto alla salute sessuale e ha mantenuto insieme alla diagnosi per gli adulti, quella per gli adolescenti e quella per i bambini prepuberi.
Da persona trans, ho esperienza diretta dell’iter psicologico da affrontare per ottenere la relazione che attesti l’idoneità all’accesso alla terapia ormonale sostitutiva secondo la legge 164/1982.
Una sostituto commissario che ha conosciuto profondamente la mia esperienza lavorativa correlata al mio percorso di affermazione di genere, un giorno mi disse: che assurdità però, sei stato sicuramente più “controllato” te psicologicamente che chiunque altro non trans, in che modo potresti mettere in pericolo l’altro con una consapevolezza di te così determinata? Mi fece sorridere e poi, per qualche giorno, riflettere.
In che modo in fase concorsuale la commissione potrebbe essere in grado di rilevare “segnali di disforia” responsabili di un non ottimale servizio? In che modo la disforia di genere e non più “il disturbo dell’identità” potrebbe influire nello svolgimento del lavoro di polizia? E’ pretenzioso affermare che la TOS (terapia ormonale sostitutiva) sia invalidante per un poliziotto, dal momento che “rilevare disforia” non significa rilevare una terapia ormonale in atto: vi sono persone transgender che non richiedono la terapia e la medicalizzazione. Non da meno, affermare che una terapia ormonale precluda – in sede concorsuale - ad un ragazzo o ad una ragazza la carriera all’interno delle forze dell’ordine, renderebbe immotivata la mia (p)e(r)sistenza (e quella di altr*) all’interno dell’Amministrazione.
La diagnosi di disforia di genere non si ottiene semplicemente sottoponendosi ad una perizia medica, nessuno specialista potrebbe mai investirsi del potere di affermare che un soggetto deve intraprendere un percorso di transizione senza l’intenzionalità pregressa di quest’ultimo dal momento che la percezione di sé, del proprio corpo e l’esperienza della mascolinità e della femminilità in termini di espressione di genere è del tutto soggettiva e insindacabile. Il percorso di affermazione di genere è (o almeno, dovrebbe essere) completamente autodeterminato e deve assurgere da accompagnamento alle consapevolezze che l’individuo ha acquisito di sé nel corso della vita esperita. Nessun esperto nell’ambito potrebbe affermare che “sei trans, prendine coscienza”. L’istanza è soggettiva, personale, individuale, è un impulso interno di emersione ed emergenza d’ autenticità.
La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze trans (e non parlo di bambini ed adulti perché è chiaro a tutti, da bando, l’età come requisito di accesso) che iniziano un percorso psicologico per ottenere la relazione psicologica che attesti disforia di genere, vorrebbe ottenere risposte dall* specialista sedut* di fronte a loro, per deresponsabilizzarsi, per ottenere conferme e riconoscimento. Solitamente ci si sente rispondere: puoi saperlo soltanto tu. Io sono qui per aiutarti ma la verità di ciò che senti tu è incontrovertibile.
Illustrato ciò, è chiara l’inadeguatezza dei regolamenti – scientificamente parlando – e profondamente critico diviene il passaggio “disturbi dell’identità di genere attuali o pregressi” dal momento che la disforia di genere non è più un disturbo – secondo gli aggiornamenti delle pubblicazioni sopramenzionate - e non può essere diagnosticata “coattamente” in nessuno soggetto nell’imminente immanenza, figurarsi nel “pregresso” che lascia libera interpretazione dello specifico significato: pregressi perché risolti o mai diagnosticati? E se ci si riferisce ad una condizione di “risoluzione del disturbo”, la domanda che sorge spontanea è in che modo? Alla luce di tutti i riferimenti scientifici che possediamo oggi, si può ancora alludere ad una “probabile risoluzione” di varianze legate alla propria identità senza rischiare una correlazione con le inammissibili cure riparatorie?
Se la Polizia è stata in grado di riconoscere fattivamente appartenenti che hanno dichiarato – come me – di essere molto più del loro sesso biologico e ha lasciato loro la libertà di autodeterminarsi negli ambienti lavorativi, perché non aprirsi alla possibilità di aggiornare i regolamenti in merito che favorirebbero la loro tutela e quella di chi semplicemente aspira candidamente ad indossare la divisa col proprio genere d’elezione?!"
Alessio Avellino, Presidente di Polis Aperta
Sono iscritto a Polis Aperta dal 2019. Non sono un appartenente alle FF.OO. e né alle FF.AA.: sono un docente universitario, un pedagogista, un formatore e a tempo perso anche uno scrittore. Durante la scrittura del mio saggio “Questo odio non ti somiglia. Omosessualità in divisa” (Rogas, 2019) ho incontrato molti soci di Polis Aperta ed è stato amore a prima vista. Non fraintendetemi… ho visto uomini e donne che fanno il loro lavoro con dedizione e competenza ogni giorno e che hanno giurato fedeltà alla Costituzione. E appartengono alla variegata comunità LGBTI+. La conferenza ateniese rappresentava un’interessante occasione per vedere de visu i rappresentanti delle 20 associazioni europee delle FF OO LGBTI+ e condividere con loro riflessioni, pensieri e idee.
Ovviamente non ero da solo: Polis Aperta era rappresentata da Roberto (attuale Vice Presidente), Stefano e Mattia, quest’ultimo anch’egli non appartenente a nessun corpo di polizia.
La conferenza EGPA (European LGBT Police Association) avrebbe dovuto tenersi a Tessalonica nel 2020 ma il diffondersi della pandemia SARS CoV-2 ha obbligato, l’associazione greca Police Action, ad annullarla e a ricalendarizzarla.
Prima di addentrarmi nel racconto di questa due giorni di lavori congressuali mi corre l’obbligo di descrivere per sommi capi il contesto e il clima che si respirava nella società greca, e in quella ateniese in particolare.
Il Premier conservatore (Nuova Democrazia) Kyriakos Mitsotakis si presenta come un europeista moderno, ma molti osservatori segnalano che il governo sta creando le condizioni che mirano a controllare i media e la giustizia. Il World Press Freedom Index, pubblicato all'inizio di marzo 2022, colloca la Grecia all'ultimo posto nell'UE per la libertà di stampa.
La forma di governo è quella parlamentare e il sistema rappresentativo è fondato su un parlamento monocamerale: compete all’assemblea eleggere il Presidente della Repubblica e, ancora, sorreggere – attraverso la maggioranza parlamentare – il governo nominato dal Presidente stesso.
Per quanto riguarda il clima che si respirava ad Atene durante i lavori congressuali è necessario descrivere brevemente alcuni fatti accaduti nel 2018 che hanno avuto dure ripercussioni nella fase preparatoria del Pride che avrebbe dovuto prevedere la presenza dei rappresentanti di EGPA in divisa.
Il 21 settembre 2018 Zak Kostopoulos, attivista queer e difensore dei diritti umani è morto a seguito di una violenta aggressione. Zak, conosciuto anche con il nome di Zackie Oh, è stato un instancabile difensore dei diritti delle persone LGBTI+ e delle persone sieropositive. Le riprese video di testimoni oculari mostrano che Zak è stato brutalmente picchiato da due uomini dopo essere entrato in una gioielleria nel centro di Atene. Il filmato mostra anche come la polizia, arrivata sul posto, cerca violentemente di arrestare Zak mentre era a terra moribondo.
Il video mostra un ufficiale che spinge con forza una gamba sul suo collo e un altro che lo colpisce con la stessa forza. Secondo il rapporto forense Zak è morto per le ferite multiple che ha subito. Le mobilitazioni per chiedere giustizia per la sua morte hanno avuto luogo in molti paesi europei. Sebbene sia stata effettuata un’indagine da parte della polizia, molti osservatori e difensori dei diritti umani sono preoccupati per gli errori e i ritardi nelle ricerche nonché per le persistenti carenze sistemiche nelle indagini riguardanti i casi di violenza della polizia in Grecia. L’uccisione di Zak, la segnalazione iniziale del caso piena di commenti stigmatizzanti e la riproduzione di notizie false, hanno rivelato il profondo pregiudizio che esiste in alcune settori della società. Nel mese di maggio 2022 i due uomini che perpetrarono la violenta e mortale aggressione sono stati condannati a dieci anni di reclusione mentre i quattro agenti sono stati scagionati. La decisione di assolvere i poliziotti è stata considerata dalle ONG e dalla famiglia della vittima come “profondamente ingiusta”. Gli stessi si sono dichiarati delusi e contrari alla liberazione dei quattro agenti nonostante i video che documentano la loro partecipazione al crimine. La decisione del tribunale, secondo alcune ONG, rappresenta l'ennesimo esempio di come in Grecia le vittime dell'uso non necessario della forza siano lasciate senza giustizia.
Queste brevi note, spero, possano fornire al lettore informazioni utili per ulteriori approfondimenti.
Costruire ponti
Con questo tema si è tenuta presso gli spazi di Technopolis del comune di Atene in Grecia, giovedì 16 e venerdì 17 giugno 2022, la Conferenza delle Associazioni di Polizia LGBT+ d’Europa organizzata da EGPA. (European LGBTI Police Association). È un’organizzazione ombrello che ha l’obiettivo di connettersi con tutte le organizzazioni LGBTI+ nazionali e internazionali. La Conferenza ateniese è stata patrocinata dal Consiglio d’Europa, dal Parlamento Europeo, da molte organizzazione culturali greche e dal Comune di Atene. Quest’ultimo, alla presenza del sindaco, ha ricevuto tutti i delegati che si sono presentati in divisa al cocktail party sul roof top del Comune.
Durante i due giorni di lavori congressuali, alla presenza e con il contributo di numerose autorità greche politiche, militari e sociali, oltre che a funzionari della Comunità Europea e del Consiglio d’Europa, i rappresentanti dei vari Corpi di Polizia provenienti da circa 20 paesi europei si sono confrontati su moltissimi temi tra i quali la violenza, il principio di non discriminazione, i rapporti con la comunità LGBTI+, la formazione, ecc.
L’evento ateniese ha avuto una significativa copertura mediatica e i relatori erano di alto profilo professionale (giuridico, sociologico, ecc.). Ho trovato molto interessante il contributo video di FLAG (l’associazione francese, che insieme agli spagnoli – compresi i catalani e i baschi - erano quelli maggiormente rappresentati) che ha presentato la loro storia lunga oltre vent’anni. Molto interessante è stato anche il contributo delle poliziotte britanniche che hanno raccontato come si sta evolvendo il loro approccio alle denunce di omofobia e di come si stia avviando un processo interno di formazione e di sensibilizzazione relativamente alle tematiche LGBTI+.
Tutti i relatori greci hanno menzionato le difficoltà dell’attuale società greca sui temi dell’inclusione e della non discriminazione, complimentandosi con Action Police - e con il suo instancabile presidente Michael Lolis – per il desiderio di voler contribuire a promuovere all’interno del corpo di polizia una cultura, un approccio e pratiche più rispettose delle differenze e dell’uguaglianza di tutti/e davanti alla legge.
Mentre i lavori congressuali erano in corso, il clima all’esterno della città di Atene e tra gli organizzatori del Pride (sabato 18 giugno) diventava sempre più complesso e articolato. La sentenza di assoluzione dei 4 poliziotti per la morte di Zak aveva interrotto la possibilità di costruire ponti ma mi auguro che il dialogo possa essere ripreso nei prossimi mesi. La decisione inappellabile, nonostante le mediazioni e gli incontri chiarificatori, è stata quella di escludere tutti/i i/le rappresentanti di EGPA di sfilare in divisa durante la parata del Pride.
Devo confessare, però, che tutti i relatori greci hanno sottolineato il tragico errore di escludere i membri delle associazioni LGBTI+ di polizia europea che hanno comunque partecipato alla parata non in divisa e in posizione un po' defilata. Cito l’intervento di Anna Kouroupou, Manager of Red Umbrella Athens, che in quanto persona trans sapeva bene cosa significava la violenza della polizia, la discriminazione, l’abuso di potere e le malversazioni ma nonostante questo ha dichiarato che la sola esistenza di Police Action faceva la differenza e che bisognava abbassare i toni e riannodare i fili del dialogo. Il suo è stato un intervento così empatico e di grande levatura civile che durante il coffee break Stefano ed io le abbiamo chiesto di poter avere una foto con lei (per chi non lo sapesse, Vladimir Luxuria ha detto più o meno le stesse cose a proposito dell’esclusione di Polis Aperta dalla parata di Bologna sabato 25 giugno scorso).
Nikos Dedes, founder e chair di Positive Voices, ha raccontato di come durante la pandemia di SARS- CoV-2, quando in quasi tutto il mondo vigevano restrizioni draconiane sulla libertà di movimento per limitare la diffusine del virus, la polizia di Atene ha avuto uno sguardo solidale e attento alla loro necessità di far visita alle persone sieropositive ristrette nelle loro abitazioni. Anche Nikos si è dichiarato contrario al diniego alla partecipazione al Pride ateniese da parte degli attivisti di EGPA in divisa (tutti i delegati hanno partecipato all’evento sfilando con le proprie T-Shirt dove campeggiava la scritta della propria associazione e il prorpio striscione).
Ho avuto la sensazione che lo sforzo di Police Action sia stato genuinamente apprezzato da tutti i relatori i quali hanno sottolineato che bisogna continuare a promuovere gli itinerari formativi e di sensibilizzazione sia all’interno delle forze di polizia, che nella società civile che all’interno della variegata comunità LGBTI+.
Il tema della formazione è stato sottolineato anche da Kostas Arvantis membro del Parlamento Europeo, dalla rappresentante dell’Accademia della Polizia Europea e da Thorsten Afflerbach responsabile del Programma di Inclusione e Anti-Discriminazione del Parlamento Europeo e da Elisabeth Zinschitz membro dell’Agenzia dell'Unione Europea per la formazione delle forze dell’ordine - CEPOL. Quest’ultima, inoltre, parla un ottimo italiano ed è innamorata del Rinascimento italiano. Il suo intervento è stato preciso e dettagliato a proposito dei processi formativi, culturali e sociali e che bisogna continuare disseminare informazioni corrette e precise e che non bisogna stancarsi di cercare il dialogo e di incontrare le persone de visu consapevoli, tutti e tutte, che i cambiamenti culturali richiedono decenni.
La Grecia, come molti relatori hanno sostenuto, sta attraversando una fase storica complessa e articolata e la presenza di EGPA ha contribuito ad offrire un altro punto di vista su importanti temi sociali che vedono impegnata l’Europa e i paesi oltreoceano. I fatti di Bologna (l’esclusione di Polis Aperta dal Pride) e gli ultimi fatti di Londra (dove i militanti LGBTI+ delle forze dell’ordine sono stati esclusi dal coloratissimo Pride) richiedono soprattutto a EGPA di riannodare i fili di un dialogo interrotto e forse ancorato ad un dibattito che è continuamente superato dalle veloci trasformazioni sociali di cui tutti/e siamo partecipi. Una società più giusta e solidale si costruisce con ponti che vanno ancorati al terreno e che necessitano di una continua manutenzione per far sì che questi ponti possano essere attraversati in sicurezza da tutti/i i/le cittadini/e.
Essere poliziotti/e ed essere persone LGBTI+ non deve più appresentare un ostacolo: il principio di non discriminazione vale per tutti/e ed è tutelato da molte legge nazionali e dal diritto dei diritti umani.
Il mio auspicio è che si aprano sempre nuove opportunità di confronto.
A conclusione di questo articolo cito la scrittrice Jami Attemberg “…per così tanto tempo ho creduto di non essere adeguata, ma ora capisco che non esiste nulla a cui doversi adeguare, c’è solo quello che decido di fare. C’è ancora tempo, penso. Ho ancora un sacco di tempo” (Da Grande, Giuntina Ed., 2018)
Prof. Carlo Scovino
Professore a contratto per l’Università degli Studi di Milano, Formatore, Pedagogista,
Consulente per progetti riabilitativi e terapeutici
Solo un dialogo aperto e costruttivo può garantire il progresso della società e la tutela dei diritti civili, in questo percorso Polis Aperta, associazione LGBTQI+ di lavoratorə di Forze di Polizia e Forze Armate, crede fermamente. Questa è l’unica direzione possibile verso un futuro che sia di tuttə.
In questi giorni dove la comunità LGBTQI+ celebra la ricchezza della diversità e la libertà di essere se stessi sempre e ovunque, due notizie di cronaca hanno gettato ombre oscure sul futuro dei diritti civili. L’inquietante sentenza della Corte suprema statunitense in merito all’aborto e il drammatico attentato di Oslo, hanno messo sotto scacco conquiste, ormai date come assodate. Due vicende geograficamente lontane che, tuttavia, hanno in comune la stessa matrice machista e patriarcale dove la fanno da padrone controllo dei corpi, soprattutto femminili, e il rifiuto delle molteplici identità che compongono il tessuto sociale.
Occorre dunque aprire un dialogo, fare fronte comune contro questa ondata d’intolleranza, per difendere ed estendere le conquiste democratiche.
L’esperienza di Bologna, l’abbraccio collettivo che abbiamo ricevuto durante il Pride, ci ha incoraggiato e ha portato anche al nostro interno una riflessione sull’importanza dell’apertura verso il mondo: divisi siamo minoranze, assieme siamo la società civile.
Polis Aperta, associazione Lgbtqi+ di lavoratori di forze di polizia e forze armate esprime il proprio rammarico per le parole utilizzate dagli organizzatori del “Rivolta Pride” di Bologna che hanno voluto escludere l’associazione e i propri associati dalla sfilata di sabato 25 giugno. Ci è stato chiesto di non presentarci con i loghi e lo striscione dell’associazione, ma di partecipare in modo anonimo, quasi dovessimo nascondere chi siamo. Non è la prima volta che una tale discriminazione viene in atto: al pride di Bologna 2020 la stessa sorte toccò dall'Associazione Plus - Persone LGBT+ Sieropositive.
Attraverso i social sono state scritte parole pesanti come pietre, che ancora prima di colpire l’associazione in sè, feriscono le persone che ne fanno parte. Persone, che pur avendo scelto un lavoro, dove non sempre la comunità Lgbtqi+ è stata accolta a braccia aperte, hanno deciso di metterci la faccia. Di uscire allo scoperto, sfidando ogni convenzione per abbattere diffidenza e pregiudizi. Fin dalla nascita, l’associazione si è impegnata per il riconoscimento dei diritti civili, dalla legge Cirinnà al ddl Zan, per il riconoscimento degli alias alle persone in transizione e dell’omogenitorialità. Perché siamo consapevoli che solo tutelando le moltepilci identità individuali della società si garantisce la difesa di quella democrazia che abbiamo deciso di rappresentare indossando una divisa.
Pride è l’orgoglio di aspirare a una società dove tuttə sono ugualə davanti alla legge. Le polemiche sterili non ci interessano, impieghiamo il nostro tempo per costruire ponti, non muri. Le pratiche escludenti non ci appartengono, così come non ci appartiene il dileggio, la discriminazione, il pregiudizio che trasuda da certi toni.
Questo odio non ci appartiene.
"Linguaggi inclusivi e contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere"
Dopo l'invito del Ministro dell'Istruzione rivolto a tutti i docenti e alle scuole di ogni grado, nell’ambito della propria autonomia didattica ed organizzativa - in occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia che si tiene ogni anno il 17 maggio - per creare occasioni di approfondimento con i propri studenti sui temi legati alle discriminazioni, al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, nell’ambito dei principi nazionali e internazionali, l'Università "Sapienza" di Roma, dopo aver conquistato la vetta nella classifica internazionale del Center for World University Rankings nello scorso mese di aprile, ha deciso di ospitare un momento di discussione e confronto sul contrasto delle discriminazioni e della violenza rivolte all’orientamento sessuale e all’identità di genere.
L'incontro verterà sul corretto uso del linguaggio affinché ciò non diventi strumento di esclusione, discriminazione, ostilità, perché le parole costituiscono la realtà, e quando il discorso promuove l’odio finisce per produrlo.
All'incontro prenderanno parte la rettrice della Sapienza Antonella Polimeni, la delegata della Rettrice per le Pari Opportunità e presidente del Comitato unico Giuliana Scognamiglio, il Coordinatore del Comitato tecnico scientifico sulla diversità e l’inclusione Fabio Lucidi. A coordinare l’incontro Vittorio Lingiardi, del Dipartimento di Psicologia dinamica, clinica e salute e Senior Research Fellow della Scuola superiore di studi avanzati Sapienza. All’incontro interverranno Luigi Manconi, Marilena Grassadonia, Viola Lo Moro, Simone Alliva, Monica Cristina Storini, Annammaria Speranza, Cristina Prenestina ed Elliott Perticone.
L'Italia, anche in piena pandemia, non può vantare alcun podio riguardo i diritti umani delle persone LGBTI+. Questo è quanto emerge dall' "Annual Review of the Human Rights Situation of Lesbian, Gay, Bisexual, Trans, and Intersex People 2022" redatto dall'ILGA Europe, l'organizzazione che unisce circa 600 associazioni ed enti europei e asiatici LGBT+, relativamente al periodo gennaio-dicembre 2021.
Dall’affossamento del DDL Zan ai sindaci gay presi di mira, dalle spiagge che facevano sconti alle famiglie solo eterosessuali...
L’Italia ha ancora bisogno di crescere...
Vedi il documento originale (in inglese)

Si è tenuta lo scorso sabato 2 aprile a Roma l’assemblea in presenza di Polis Aperta. La giornata, la prima dopo la fine dello stato di emergenza, è stata anche un’occasione per offrire agli operatorə in divisa di tutte le forze di polizia, un importante momento formativo incentrato sul contrasto ai crimini d’odio.
Nella mattinata di sabato, all’interno della sala Gonzaga del Comando Generale Polizia Roma Capitale, si sono avvicendati il Vice Questore della Polizia di Stato Francesca Romana Capaldo, in rappresentanza di Oscad, l'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, l'avvocata Stefania Boccale di Unar, ufficio nazionale anti discriminazioni razziali e Simonetta Moro, psicologa e psicoterapeuta, membro del direttivo di Polis Aperta con delega alla formazione. A fornire il loro contributo all'interessante dibattito, moderato da Michela Pascali delegata ai rapporti istituzionali di Polis Aperta, anche l’Anvu,l’associazione professionale polizia locale d’Italia e il mondo dell'associazionismo legato alla comunità Lgbtiq+ in particolare il circolo Mario Mieli, Agedo Lazio, Gay help line, Gayroma, e Gaynet. Tutti gli interventi hanno evidenziato la necessità di aprire un dialogo, reale e profondo, tra operatorə di polizia e cittadinə Lgbtiq+ per aumentare la sicurezza percepita da tutti i membri della comunità, individuando i crimini improntati all'odio e assicurando, chi commette queste tipo di esecrabili reati, alla giustizia. La stesso incontro formativo di sabato è stata una prima, storica, occasione d’incontro tra associazionismo, istituzioni e forze di polizia che ha permesso di mettere le basi per una futura collaborazione che abbatta le barriere comunicative.
Nel pomeriggio l’assemblea ha discusso e approvato il bilancio e gli ordini del giorno dell’associazione. La giornata è stata un’occasione di festa. Finalmente, dopo due anni di pandemia, socie e socie, appartenenti a diversi corpi di polizia e dell’esercito, hanno avuto l'occasione di rincontrarsi, di confrontarsi e mettere in campo nuove sinergie per contribuire a rendere l'Italia, il Paese che abbiamo l’onore di servire in divisa, un posto sempre più inclusivo.

"Polis Aperta" aderisce convintamente alla "Giornata nazionale di mobilitazione contro l'escalation militare in Ucraina" ed alle manifestazioni che si terranno il 26/02/2022 nelle varie città italiane per chiedere alla Russia di porre fine a questo sconsiderato, massacrante e inumano sterminio contro l'Ucraina.
La guerra è un crimine contro l'umanità, senza se e senza ma.
Con 759 voti, ben più del quorum di 505, Sergio Mattarella è stato rivotato Presidente della Repubblica. Un Presidente che lo scorso 21 maggio ha espresso la sua posizione sul fenomeno dell'omotransfobia.
«La Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la biofobia è l’occasione per ribadire il rifiuto assoluto di ogni forma di discriminazione e di intolleranza e, dunque, per riaffermare la centralità del principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Le attitudini personali e l’orientamento sessuale non possono costituire motivo per aggredire, schernire, negare il rispetto dovuto alla dignità umana, perché laddove ciò accade vengono minacciati i valori morali su cui si fonda la stessa convivenza democratica.
La società viene arricchita dal contributo delle diversità. Disprezzo, esclusione nei confronti di ciò che si ritiene diverso da sé, rappresentano una forma di violenza che genera regressione e può spingere verso fanatismi inaccettabili. La ferita inferta alla singola persona offende la libertà di tutti. E purtroppo non sono pochi gli episodi di violenza, morale e fisica che, colpendo le vittime, oltraggiano l’intera società. Solidarietà, rispetto, inclusione, come ha dimostrato anche l’opera di contrasto alla pandemia, sono vettori potenti di coesione sociale e di sicurezza».
Al Presidente Mattarella giungano da parte di Polis Aperta i più sentiti auguri per questo nuovo mandato!
Ieri su "La Repubblica" e a valanga sui vari social è stato riportato che “i poliziotti si sono rifiutati di indossare mascherine in dotazione di colore rosa”, arrivando attraverso sindacato a scrivere al Capo della Polizia, Lamberto Giannini, per la questione.
Da qui, l’opinione pubblica della rete ha sancito che i poliziotti sono affetti da maschilità fragile se non vogliono presentarsi in servizio con una mascherina rosa, in tempi che, tra l’altro, ad avercele delle mascherine ffp2 in dotazione.
In realtà, questa notizia, pecca di diverse fallacie: alcuni poliziotti non sono i poliziotti, un sindacato non è i sindacati. Generalizzare è il gradino preliminare a chi non ha voglia di informare.
Inoltre, se la polizia viene incolpata di non essere abbastanza aperta, avanti, decostruita, meglio non stanno facendo quell* che riportano la notizia parlando di poliziotti unicamente al maschile e di virilità in pericolo: è dal 1981 che le donne hanno avuto accesso ai ruoli di polizia senza distinzioni dei colleghi maschi. Una narrazione dal maschile totalizzante è tanto grave quanto un presunto rifiuto al colore rosa perché va ad alimentare una visione anacronistica delle persone in divisa, contribuendo ad ideologizzazioni e sterotipizzazioni di cui non ha bisogno nessun* né all’interno né all’esterno dei corpi.
Senza creare confutazioni alla tesi di polizia machista, rimanendo in questo frame di interpretazione, c’è da dire che la maschilità egemone, la visione patriarcale ed eteronormata non sono un problema esclusivo delle forze di polizia e delle forze armate, quanto più un problema della società in generale rispetto ai ruoli di genere connotati da un binarismo imperante.
Premettendo che l’Associazione si dissocia dall’istanza sindacale perpetrata da alcuni poliziott*, riteniamo opportuno sottolineare che è scontato vi siano appartenenti alle suddette forze che non trovano idoneo indossare una mascherina rosa - senza voler approfondire la reazione avuta non al colore rosa ma ad un colore non idoneo alla divisa, se avrebbero fatto lo stesso con l’arancione non possiamo dirlo - come per certo è evidente che tantissimi lavoratori di polizia hanno e stanno decostruendo la visione binaria eterosessuale: Polis Aperta ne è l'esempio.
Ci sono poliziott* in divisa che non sono uomini, altr* che non sono eterosessuali e talun* non sono neppure cis. Eppure, la notizia di alcuni collegh* che richiedono l’intervento sindacale perché non trovano idoneo il colore rosa per prestare servizio, ancora oggi, riesce a prendere più spazio di collegh* che vorrebbero indossare i pantaloni ma non possono: forse è questo da capovolgere per far sì che il cambiamento riesca a trapelare attraverso i muri resistenti del pregiudizio.

