Siamo di fronte all’ennesimo pesante attacco alla comunità Lgbtqia+ che non ha altri fini se non la creazione fittizia di un nemico, con la negazione di tutte le identità che non rientrano nel paradigma patriarcale eteronormato. Il Ddl Varchi, approvato in via definitiva dal Parlamento, mette fuori legge le famiglie che si rivolgono alle Gpa anche i stati dove la gestazione per altri è normata e legale. Un provvedimento giuridicamente assurdo e socialmente pericoloso. Un’assurdità secondo il diritto perché alla pretesa di creare un “reato universale” non corrisponde una giurisprudenza in grado di normare ciò che avviene legalmente in altri stati. Pericoloso perché siamo di fronte ad una legge che cela un attacco propagandistico alla comunità Lgbtqia+ il cui chiaro intento è quello di colpevolizzare e mettere all’indice tutte le identità non conformi al loro modello di società. Una visione medioevale che non solo non corrisponde all’attuale spaccato delle società ma che come un boomerang rischia peggiorare il domani di tutti i cittadini e le cittadine. In una società, infatti, dove l’ombra dell’inverno demografico pesa come un macigno sul futuro, chi legifera preferisce punire le minoranze invece di occuparsi di promuovere una reale salute riproduttiva, riformare la legge sulla adozioni consentendole anche a single o coppie Lgbtqia+ e agevolare le plurali forme di famiglie che, di fatto, già esistono all’interno della nostra società e che, ogni giorno, si sperticano fra mille difficoltà per consegnare alle giovani generazioni una società migliore e un futuro degno di questo nome.
Si celebra oggi, 11 ottobre, la giornata internazionale dedicata al coming out. Un momento che la comunità Lgbtqia+ dedica alla visibilità, all’affermazione della propria esistenza, contro la cultura del silenzio e della cancellazione. Ecco la testimonianza di Raffaele Brusca, primo poliziotto in Italia autorizzato a indossare la divisa per l’unione civile: “Non saremo mai liberi senza essere noi stessi fino in fondo. Fatelo anche voi, fate coming out. Lo so per esperienza diretta che non è facile, ma fatelo , starete meglio voi e chi vi vuole bene”
La Casa Arcobaleno di Reggio Emilia, intitolata a Pier Vittorio Tondelli scrittore reggiano icona del movimento, ha aperto i battenti il 20 novembre del 2022 in occasione del TdoR, transgender day of remembrance, da allora, in poco meno di due anni, ben dodici persone hanno chiesto aiuto alla residenza reggiana per sfuggire a contesti familiari con situazioni critiche, a volte apertamente ostili o violente. Ragazzi e ragazze discriminati cacciati di casa o minacciati per il loro orientamento sessuale o per un’identità di genere non conforme. La residenza voluta da un progetto di Arcigay Gioconda di Reggio Emilia è un’unità abitativa messa a disposizione dal Comune e Acer in grado di ospitare fino a quattro persone, è interamente finanziata grazie alle donazioni e gestita da volontari che, per aiutare chi sfugge da famiglie o situazioni gravemente respingenti, lavorano ogni giorno a stretto contatto con le istituzioni e le forze di polizia. Nel novembre del 2022, durante l’assemblea autunnale di Polis Aperta svoltasi appunto a Reggio Emilia, l’associazione fece una donazione a favore del progetto e nell’occasione diversi soci contribuirono di tasca propria alla nascita di questo prezioso posto sicuro. Oltre a tracciare un primo bilancio dell’attività della casa abbiamo aperto una discussione con Albero Nicolini, coordinatore casa arcobaleno e responsabile dell’Area sociale Arcigay Reggio Emilia, per comprendere quali sinergie è possibile mettere in campo, in quanto agenti di polizia, per accompagnare chi si trova ad affrontare un momento tanto terribile a causa della propria identità di genere o dell’orientamento sessuale e affettivo.
Nicolini, dopo due anni di attività di Casa Arcobaleno, è possibile tracciare un primo bilancio?
Uno degli aspetti positivi e che siamo ancora aperti, non potendo contare su fondi pubblici non era così scontato, l’accoglienza si regge solo sulle donazioni e sulla sensibilità della comunità, che devo dire continua a sostenere generosamente il progetto con sempre maggiore convinzione, il che è un riconoscimento alla nostra serietà. Oltre al mantenimento degli utenti, che spesso non possono contare su una situazione lavorativa stabile, ci sono le utenze e le spese vive, come spese sanitarie, percorsi psicologici, acquisti di libri scolastici. L’unità abitativa è stata messo a disposizione, in comodato d’uso gratuito, dal Comune di Reggio Emilia e Acer e già non dover pagare un affitto è un grande aiuto.
Quante persone avete accolto in questi due anni di attività?
Abbiamo tolto dalla strada una dozzina di persone. Ovviamente maggiorenni ma tutte molte giovani una fascia d’età compresa tra i 18 e i 30 anche se la maggior parte era under 25. Attualmente ospitiamo quattro persone tra 19 e i 24 anni, alcuni hanno identità in transizione mentre altri sono di origine straniera. Oltre alla casa, solo nel 2023, abbiamo sostenuto altre 33 persone nell'acquisto di farmaci, vestiti, spese mediche e derrate alimentari, per lo più si tratta di persone LGBTQI+ che fanno parte del nostro gruppo migranti.
Chi si rivolge a voi che tipo di aiuto chiede?
Nei casi più fortunati si tratta di un’ospitalità breve, una sorta di ritirata strategica di qualche settimana in modo che la persona possa rinegoziare un equilibrio familiare. Tuttavia, nella maggior parte dei casi si tratta di ospitalità più lunghe, persone che si sono dovute allontanare da casa a causa di un rifiuto familiare, culturale che sfocia in situazioni estremamente ostili a in alcuni casi violente.
Come ricevete le richieste di ospitalità?
Ci sono diverse vie attraverso le quali entriamo in contatto con le persone in difficoltà: i servizi sociali o le Unità di strada che essendo a contatto con realtà marginali intercettano immediatamente queste situazioni di fragilità. La richiesta di ospitalità deve però sempre venire dalla persona stessa, maggiorenne che accetta liberamente le regole di convivenza della casa.
Le vittime dell’odio e dell’ignoranza, spesso giovanissimi traditi e marginalizzati dagli affetti famigliari, finiscono spesso in situazioni limite, come si può creare una sinergia positiva con le forze di polizia per individuare velocemente queste situazioni?
Con le forze di polizia si collabora attivamente. L’attuale situazione legislativa nazionale, tuttavia, non riconosce i crimini d’odio commessi nei confronti della comunità lgbtqia+ tutto ciò influisce su chi subisce un reato e facendo percepire una sorta di inutilità della denuncia. Inoltre, esiste una diffidenza delle vittime dettata dalla paura di trovarsi in un ambiente giudicante. A Reggio Emilia l’azione di mediazione dell’associazione che fa da ponte tra le vittime e gli agenti sempre stata accolta in modo positivo e con grande sensibilità. Per attivare una maggiore protezione dalle discriminazioni e crimini d’odio occorrerebbe un numero di telefono nazionale gestito da forze di polizia con personale formato in grado di ascoltare e dare indicazioni alle vittime su come muoversi. Sarebbe un grosso passo avanti anche per migliorare i rapporti di fiducia con il mondo delle Forze dell'Ordine. Inoltre, in generale in Italia su questi temi occorre una maggiore formazione di tutti gli operatori in divisa, conoscere aiuta a comprendere.
Il futuro di Casa Arcobaleno?
Abbiamo cominciato con una casa con 4 posti ma inserendo solo due ospiti all'inizio, il sogno sarebbe avere la disponibilità di fondi strutturali, possibilmente nazionali, per raddoppiare i posti letto, offrendo alle persone in situazioni di estrema fragilità non solo un posto sicuro ma una équipe professionale in modo da rispondere a bisogni più complessi che non solamente il tetto sulla testa.
In Italia le case arcobaleno, nate con l’intento di dare una dimora temporanea a chi è vittima di discriminazioni per il proprio orientamento sessuale o identità di genere, sono una decina. A Reggio Emilia, come su altri territori, si tratta di strutture che sopravvivono unicamente grazie alle donazioni. Chi volesse contribuire a Casa, potrà farlo tramite donazione direttamente dal sito https://arcigayreggioemilia.it/sostienici/ oppure su conto corrente intestato a “Comitato Provinciale Arcigay Gioconda”, Iban IT62T0850912801028010020324, causale Donazione Casa Arcobaleno Pier Vittorio Tondelli. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito www.arcigayreggioemilia.it
Il 23 settembre si celebra la Giornata Mondiale dell’Orgoglio Bisessuale e questa data è stata scelta dall’International Lesbian and Gay Association. La creazione del “Bisexual Forum” a New York nel 1975 segnò un momento di aggregazione cruciale, un primo spazio in cui le persone bisessuali poterono confrontarsi e articolare una narrativa propria. Tuttavia, questa emergenza identitaria si scontrava con una resistenza tanto esterna quanto interna: se da un lato la società eteronormativa continuava a considerare la bisessualità con sospetto o disprezzo, dall’altro anche dentro il movimento Lgbtqia+ non mancarono voci critiche, che la percepivano come ambigua o, peggio, come una forma di codardia politica, lontana dall’assoluta presa di posizione rappresentata dall’omosessualità. Atteggiamento che purtroppo, persiste ancora oggi. Durante la Conferenza sulla Bisessualità di San Francisco del 1990, venne coniato il termine bifobia, un concetto destinato a cristallizzare le dinamiche di marginalizzazione specifiche a cui erano sottoposte le persone bisessuali, spesso in bilico tra due mondi che le negano o le consideravano come una minaccia all’ordine binario. Questa nuova consapevolezza diede avvio a un percorso di autoaffermazione che portò, nel 1999, alla nascita del Celebrate Bisexuality Day, ricorrenza annuale fissata al 23 settembre, giorno in cui si sarebbe cominciato a rendere omaggio alle persone bisessuali, alla loro storia e al loro contributo nella lotta per i diritti civili. La bandiera bisessuale risale invece al 1998 ed è stata realizzata da Michael Page. La bandiera è composta da tre righe di differenti colori: in alto il rosa, in basso il blu, al centro il viola, creato dall’unione degli altri due colori. Per Page il rosa simboleggia l’orientamento omosessuale, il blu rappresenta l’orientamento eterosessuale e il viola, infine, è la fusione tra rosa e viola e dunque tra i due orientamenti sessuali. La bisessualità è stata osservata nel corso di tutta la storia umana e nel susseguirsi delle varie civiltà, assumendo valenze e significati differenti in base alle specifiche culture e alle epoche storiche. Nella cultura greca antica le relazioni sessuali non erano incasellate in rapporti monogami o strettamente eterosessuali. Gli uomini potevano aver contratto matrimonio con una donna e allo stesso tempo avere relazioni extraconiugali con altre donne così come con uomini. Anche nella cultura romana le relazioni sessuali non erano codificate solo come etrerosessuali o omosesessuali, era solo una questione di potere ovvero, un uomo libero era sicuramene sposato, dato che il valore della famiglia era sacro, ma poteva avere rapporti sessuali o intrattenere relazioni sia con uomini o con donne a patto che questi fossero schiavi o prostitute. Era socialmente inaccettabile e punito chi avesse rapporti sessuali con un altro uomo libero. In questo caso la bisessualità era sì accettata ma solo se si assumeva un ruolo “attivo” e questo era visto come una manifestazione di potere. Il primo a parlare di un continuum, o di fluidità, in ambito sessuale fu Alfred Kinsey, biologo e sessuologo statunitense, che condusse innumerevoli studi volti ad indagare il comportamento sessuale umano, pubblicati tra il 1948 ed il 1953 in due volumi denominati popolarmente Rapporti Kinsey. Vivere il proprio orientamento sessuale in modo libero e consapevole è una possibilità che purtroppo non può ancora essere data per scontata. Esistono infatti varie forme di discriminazione ai danni di individui bisessuali, compresa la negazione stessa dell’esistenza della bisessualità. Oggi il concetto di bisessualità si colloca al centro di riflessioni più ampie sulle dinamiche di potere, visibilità e riconoscimento, rendendola una parte vitale del discorso contemporaneo sulla sessualità e sull’identità: stiamo parlando di un orientamento sessuale caratterizzato dall’attrazione, sia romantica che sessuale, verso più di un genere ma non tutti – quest’ultima è la differenza cardine con la pansessualità. A differenza delle definizioni più rigide che si sono sviluppate nel corso del tempo, la bisessualità non implica necessariamente un’attrazione uguale verso i generi, ma piuttosto una flessibilità nell’esperienza affettiva e sessuale. Dove esiste un orientamento sessuale non conforme, purtroppo, esiste però anche la tendenza a stigmatizzare. In questo caso, parliamo di bifobia, insidiosa forma di discriminazione frutto di stereotipi e pregiudizi tanto radicati quanto sottili. La bifobia opera in modo più ambiguo rispetto ad altre attitudini simili, cercando di erodere la legittimità stessa. Si manifesta spesso con l’incredulità, la svalutazione o, ancor peggio, con l’invisibilizzazione, come se l’attrazione per più generi non fosse altro che un errore di percorso o una fase di passaggio tra l’eterosessualità e l’omosessualità. Sostenuta da un substrato di sospetti e accuse implicite, la bifobia vede le persone bisessuali come ambigu*, indécis*, addirittura incapaci di vera fedeltà emotiva o sessuale. L’attrazione viene ridotta a una sorta di pulsione primordiale, a un’incapacità di contenere desideri multipli, quasi fossero per natura inclini alla promiscuità. Questa visione tanto radicata quanto perversa presuppone che la bisessualità sia sinonimo di disordine e di una frattura nell’ordinata binarietà dei desideri. Contrastare la bifobia, in questo senso, significa decostruire le sovrastrutture concettuali che riducono il desiderio a rigide categorie. Significa restituire visibilità e dignità a una parte della comunità Lgbtqia che troppo spesso è stata lasciata ai margini, fraintesa o, peggio, ridotta a un’invenzione temporanea, per cogliere la meravigliosa essenza di una sessualità che non ha bisogno di conformarsi per esistere.
Carlo Scovino e Marcello Libriani
Eravamo tra i 20mila del Toscana Pride, sabato 7 settembre. Fra quei ventimila c'era anche Polis Aperta, con il nostro striscione e con i nostri corpi "indomitə e fierə” liberi e libere di essere noi e di rivendicare questa libertà anche all'interno del nostro posto di lavoro. Liberi e libere di essere noi con la divisa che portiamo perché consapevoli di rappresentare nel profondo i valori costituzionali di pluralismo e democrazia. Un grande ringraziamento va all'organizzazione del Toscana Pride per aver creduto nelle soggettività plurali del movimento senza mai arretrare di un passo. E' stata una bellissima esperienza, grazie soprattutto alle persone che vedendoci passare ci hanno applaudito e sostenuto: noi abbiamo rotto il silenzio ma i cambiamenti reali che vogliamo da questa società si raggiungono solo camminando insieme
Il Pride month è iniziato, Polis Aperta parteciperà alla sfilata di Roma nel segno del rispetto e dell’inclusione per non smettere mai di lottare per una pari dignità sociale di tuttə le persone
Le dichiarazioni di Riccardo Saccotelli, apparse sulle pagine di Sindacato dei Militari demoliscono la narrazione strumentalizzata, di chi vorrebbe dipingere tutti gli appartenenti a Esercito e Corpi di Polizia come omofobi e propagatori della cultura patriarcale della prevaricazione. Saccotelli carabiniere in congedo, ferito durante l’attentato a Nassiriya che il 12 novembre del 2003 costò la vita a 28 persone tra cui numerosi militari italiani, si è esposto pubblicamente criticando le prese di posizione di alcuni soggetti che, nonostante la presa di distanza dell’Esercito italiano e i provvedimenti di sospensione, nascondendosi dietro gradi e divise vorrebbero ridefinire i criteri di “normalità” spacciando discutibili e antiscientifiche opinioni personali, palesemente in contrasto con i principi Costituzionali, per “verità”.
“Le recenti dichiarazioni del generale Vannacci – ha dichiarato Saccotelli - con cui esterna i suoi singolari criteri di normalità, appaiono estremamente gravi ove si consideri che colpiscono anche la comunità Lgbt presente nelle Forze armate e nelle Forze di polizia. Comunità che è una realtà innegabile, in cui l’essere omosessuali non è mai stato un impedimento per chi, come me, porta sul suo corpo le cicatrici del servizio reso per difendere la Patria e affermare quei principi di democrazia e civiltà che permettono oggi a chiunque di poter manifestare liberamente il proprio pensiero nel rispetto dell’altro”.
(fonte:https://lnx.sindacatodeimilitari.org/riccardo-saccotelli-io-carabiniere-omosessuale-ho-difeso-la-patria-come-vannacci/)
La società italiana è in continua evoluzione e, con essa, anche gli enti che compongono lo Stato e i lavoratori in divisa che ne fanno parte. L’attenzione alle tematiche riguardanti il rispetto delle minoranze, i diritti civili e il gender gap, tutti principi contenuti nella Costituzione Italiana che militari e poliziotti hanno giurato di difendere, ha scatenato il dibattito tra chi si fa portavoce del diritto all’autodeterminazione e una minoranza di soggetti che vorrebbero riportare le lancette dell’orologio indietro di 70 anni diffondendo preconcetti da bar senza alcun fondamento scientifico.
Ebbene Polis Aperta è convinta che il cambiamento in atto non possa essere fermato con meschine strumentalizzazioni. Dentro e fuori le istituzioni i principi di democrazia, pluralità e autodeteminazione non saranno silenziati dalle narrazioni fallaci dei pochi che non riescono a fare i conti con il presente.
L’unico atteggiamento criminale fino ad oggi dimostrato, e scritto nero su bianco da una sentenza del Tar del Piemonte, è quello delle istituzioni che hanno preteso una verifica sull’orientamento sessuale di un lavoratore. Ed è un bene che lo Stato ora debba rispondere anche economicamente di questa palese discriminazione, anche se nessuna somma in denaro potrà mai risarcire la sofferenza psichica e fisica patita da chi si è trovato a lavorare in un ambiente ostile. Al di là della vicenda lavorativa e delle contestazioni disciplinari sull’operato dell’agente, chiarite, come prevede la legge, da un procedimento interno al Corpo e finite, come si legge nella sentenza del tribunale amministrativo piemontese in un nulla di fatto, cercare di mettere in connessione l’idoneità lavorativa con l’orientamento sessuale è una inaccettabile violazione del diritto dei lavoratori di qualunque settore. Un “atto arbitrario e privo di un valido supporto giuridico, oltreché tecnico-scientifico” come riporta la stressa sentenza del Tar, un atto che macchia la divisa che portiamo proprio perché arriva da quello Stato che serviamo e che dovrebbe considerarci tutte persone con pari dignità sociale, eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Polis Aperta ha preso parte all'incontro di Barcellona per combattere i crimini di odio. Il 18 ed il 19 marzo all'interno del Centre Lgbti di Barcellona si è tenuto l'incontro organizzato da Egpa Police e dal Council of Europe con le associazioni Lgbtqia+ per forze di polizia e forze armate, tra cui Polis Aperta grazie alla partecipazione di Monica Giorgi. Finalità dell'incontro l'organizzazione di gruppi di lavoro e di discussione all'interno dei quali potessero emergere suggerimenti per migliorare e adeguare alle nuove realtà sociali il manuale "Policing Hate Crime against Lgbti persons - training for a Professional Police Response". Dal confronto è emersa l'importanza di un dialogo continuo e vivo tra società civile, associazioni e forze di polizia, allo scopo di fornire alle vittime di crimini d'odio, condizioni che favoriscano l'ascolto e l'accoglimento da parte di operatori preparati e sensibilizzati sul tema. Per raggiungere tale risultato gli attori sociali devono fare rete costruendo network in grado di dare risposte alle vittime. Il nostro lavoro, come operatori di polizia, è quello di far rispettare la legge in questo caso, tuttavia, il tema è il rispetto dei diritti umani, ed è riduttivo pensare che si tratti "solo" di rivendicazioni legate alla comunità Lgbtqia+ quando si tocca la sfera dei diritti inalienabili della persona. Sicuramente, il lavoro di un agente di polizia quando si trova di fronte alla vittima di una crimine non è semplice, per tale motivo è importante che la comunità sappia che siamo attivisti e possa fare affidamento sul nostro operato. In prospettiva questa visibilità avrà riflessi positivi anche a livello lavorativo: i crimini d'odio devono essere combattuti, ma soprattutto occorre prevenirli per costruire un futuro migliore. "The more you train, the better you gain".
Il manuale è scaricabile gratuitamente al seguente link:
https://edoc.coe.int/en/lgbt/7405-policing-hate-crime-against-lgbti-persons-training-for-a-professional-police-response.html
La lentezza e la resistenza ai cambiamenti sono radicate nella nostra cultura. E nei nostri ambienti lavorativi persistono pregiudizi e stereotipi nei quali è prima di tutto immersa la nostra società: vi sarà capitato di sentire colleghi e, purtroppo, talvolta anche colleghe - perché per essere maschilisti non occorre per forza di cose essere maschi – dirsi conviti che se una collega si veste per esempio in un certo modo, ciò significhi inequivocabilmente una sua disponibilità sessuale, oppure che lo fa perché ha ottenuto o vuole ottenere qualcosa. Troppe volte abbiamo sentito “misurare” la professionalità delle colleghe valutandole anche in base al presunto numero di partners avuti.
Chi non vive la discriminazione non capisce la necessità e l’importanza di determinate questioni. La parte della popolazione che detiene il privilegio, non si accorge che esiste una marginalizzazione di una certa categoria, che non sempre è una minoranza – nel caso delle donne non lo è per esempio, le donne sono una minoranza all’interno delle Forze Armate e di Polizia ma costituiscono il 50% della popolazione mondiale – e quando ciò viene fatto notare, le cose che ci vengono dette sono più o meno sempre le solite: “Ah ma siete esagerati, siete esagerate, vabbé ma non sarà proprio così, ormai la parità si è raggiunta, eh vabbé però che noia, non è che poi vivete così male, dipende anche da te come vi ponete, forse quello che pensate di subire in realtà lo subite perché siete dei rompiscatole, non perché donna/gay/nera”. Questa cosa qua, negare la discriminazione dell’altro nei termini in cui l’altro la vive, è un modo di esercitare il privilegio.
Come Polis Aperta non smetteremo di lottare per i nostri diritti non solo perché sia nella nostra professione che nell’ambito di questa associazione lavoriamo al servizio della giustizia sociale, ma anche perché non farlo priverebbe le generazioni future degli strumenti per difendere quei diritti.
Oggi è l’8 marzo, non la "festa della donna", ma la lotta per un mondo meno discriminante.

