L’associazione Polis Aperta ritiene che le frasi transfobiche pronunciate dal consigliere comunale Samuele Piscina non solo siano vergognose per il contenuto di odio e pregiudizio che veicolano nei confronti di una categoria già esposta a fragilità, ma inaccettabili da chi, utilizza una sede istituzionale non per rappresentare i cittadini, ma per cercare di istituzionalizzare la violenza. Una violenza nelle parole e nei contenuti perpetrata strumentalizzando e decontestualizzando operazioni di polizia di quasi un decennio or sono. Chi lavora vestendo una divisa ha giurato sulla Costituzione italiana di difendere le regole della convivenza democratica e la popolazione “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” come ricorda l’Articolo 3 della nostra Costituzione. E’ dunque indubbio che sia oltremodo vergognoso “tirare per la giacchetta” gli operatori di un corpo sperando di nascondere un’evidente e intollerabile personale transofobia dietro al dito di un presunto pericolo sociale. La nostra democrazia da sempre promuove la pluralità dei soggetti all’interno del tessuto sociale, se chi rappresenta le istituzioni non è in grado di svolgere questo importante compito, si dimetta. E si dimetta subito.
Durante il regime nazista tedesco numerosi omosessuali furono internati in campi di concentramento insieme con Ebrei, Rom, Sinti e Testimoni di Geova. Lo sterminio degli omosessuali nei campi di concentramento nazisti è stato indicato come Omocausto.
Negli anni che vanno tra il 1933 e il 1945 almeno 100.000 uomini furono arrestati come omosessuali, di cui circa la metà furono condannati; la maggior parte di questi ha trascorso il periodo di detenzione assegnato nelle prigioni regolari, ma tra i 5 e i 15.000 hanno finito con l'essere internati nei vari campi. Solo a partire dagli anni '80 del '900 si è cominciato a riconoscere anche questo episodio di storia inerente alla più ampia realtà della persecuzione nazista. Nel 2002 infine il governo tedesco ha chiesto ufficialmente scusa alla comunità LGBTIQ+.
Prima dell'avvento del Terzo Reich, Berlino veniva considerata una città liberale con molti locali gay, nightclub e spettacoli di cabaret. C'erano molti ritrovi dove turisti e residenti eterosessuali e omosessuali potevano praticare il crossdressing.
Il primo movimento omosessuale tedesco venne rapidamente eliminato con l'avvento al potere del partito nazionalsocialista di Adolf Hitler. L'ideologia nazista reputò l'omosessualità incompatibile con i propri ideali considerando che le relazioni sessuali dovessero “[...] essere finalizzate al processo riproduttivo, essendo loro scopo la conservazione e il prosieguo dell'esistenza del Volk [il popolo], piuttosto che la realizzazione del piacere dell'individuo”.
Ernst Röhm, un uomo che Hitler stesso percepì come una possibile minaccia alla propria supremazia, comandante della prima milizia nazista, le Sturmabteilung (conosciute come SA), esibì in modo discreto la propria omosessualità fino al 1925.
Nel tempo però Hitler rivide questa posizione quando sentì minacciato il proprio potere da parte di Röhm. Il 30 giugno1934, durante la “Notte dei lunghi coltelli”, Hitler ordinò l'epurazione di coloro che lo minacciavano. Tra questi figurava Röhm e il suo omicidio diede a Hitler il pretesto per compiere ulteriori azioni contro le SA al fine di renderle innocue e docili al suo potere. Dopo aver consolidato la sua posizione di leader ed essere diventato Cancelliere, Hitler incluse la categoria degli omosessuali tra coloro che dovevano essere inviati nei campi di concentramento durante la Shoah.
omosessuali. Nel 1936 Heinrich Himmler, comandante delle SS, creò l'Ufficio Centrale del Reich per la lotta all'omosessualità e all'aborto. Il decreto costitutivo di questo nuovo ufficio recitava “[...] Le attività omosessuali di una non trascurabile parte della popolazione costituiscono una seria minaccia per la gioventù. Tutto ciò richiede l'adozione di più incisive misure contro queste malattie nazionali”.
Ovviamente i rapporti omosessuali, considerati “sterili” ed “egoistici” vennero visti come un tradimento alle politiche demografiche di potenziamento del popolo non essendo i gay in grado di riprodursi e perpetuare così la razza ariana. Per la stessa ragione anche la masturbazione venne considerata dannosa al Terzo Reich, seppur trattata con minor severità.
Quegli omosessuali che non dissimulavano il proprio orientamento sessuale o che non erano disposti a contrarre matrimoni di convenienza incominciarono così ad essere "raccolti" e inviati a tempo indeterminato - come metodo curativo - a duri campi di lavoro in campagna. Più di un milione di tedeschi sospettati di "attività omosessuali" sono stati presi di mira, di cui almeno 100.000 sono stati arrestati, interrogati e processati e non meno di 50.000 condannati alla carcerazione. Altre centinaia di uomini sono stati sottoposti a castrazione o sterilizzazione obbligatoria dietro ordine diretto dei tribunali.
Hitler supponeva che l'omosessualità fosse un "comportamento degenerato" che rappresentava una minaccia alla capacità demografica dello stato e ne che danneggiava il "carattere virile". I gay vennero denunciati come "nemici dello stato" e accusati come "corruttori" della moralità pubblica che mettevano in pericolo il tasso di natalità della Germania.
I gay soffrirono di un trattamento particolarmente crudele all'interno dei campi di concentramento; questo può essere attribuito sia al duro atteggiamento delle SS di guardia nei confronti dei gay, come pure agli atteggiamenti omofobici ben radicati nella società nazista. Alcuni morirono a seguito di feroci bastonature, in parte effettuate da altri deportati.
I medici nazisti utilizzarono spesso i gay in esperimenti "scientifici" atti a scoprire il "gene dell'omosessualità" e poter così guarire i futuri bambini ariani che fossero stati omosessuali. Particolarmente crudeli le sperimentazioni del medico delle SS Carl Vaernet che effettuò uno studio su di un preparato a base di ormoni di sua invenzione sugli internati omosessuali nel campo di Buchenwald: circa l'80% degli internati sottoposti alla "cura" a base di massicce dosi di testosterone non sopravvisse.
Le donne non vennero legalmente perseguitate dalla legge nazista contro gli omosessuali: il paragrafo 175 discriminava infatti esclusivamente l'omosessualità maschile.
Di là dalle leggi, la persecuzione e la repressione delle lesbiche va inquadrata nella più ampia concezione nazionalsocialista secondo cui il ruolo delle donne era limitato alla famiglia e alla cura dei figli e per questo era considerato più semplice persuaderle o forzarle ad accettare un orientamento di tipo eterosessuale.
Le lesbiche vennero viste come un pericolo ai valori dello stato e spesso marchiate dallo status di "asociali" (indossando in tal caso il triangolo nero anziché il triangolo rosa). La qualità di lesbica era considerata spesso un'aggravante rispetto appunto all'asocialità o ad altre imputazioni (ovvero all'essere ebree, ladre, prostitute, ecc.).
Come per tutti gli elementi indesiderati, anche per gli omosessuali si aprirono i cancelli dei campi di concentramento. A migliaia (il numero preciso non si saprà probabilmente mai) furono costretti a subire aberranti esperimenti medici, torture ed umiliazioni mentre quelli più forti che riuscivano a resistere, venivano soppressi nelle camere a gas. Un dramma, quello degli omosessuali, che non terminò neppure con la fine della guerra. Considerati “colpevoli” anche da chi aveva liberato i campi di sterminio, molti continuarono a scontare in carcere le pene inflitte dal regime nazista, così, nel timore di ulteriori persecuzioni, per la vergogna imposta da secoli di repressione, chi visse in prima persona l’Omocausto si chiuse nel silenzio. Per decenni del dramma di migliaia di uomini e donne imprigionati, torturati e uccisi per il loro modo non eterosessuale di amare non si seppe più nulla.
A partire dal 1936 vennero indicati con un triangolo rosa (era un po' più grande rispetto agli altri triangoli attribuiti ai diversi deportati, affinché fosse ben visibile anche da lontano), come il colore usato dalle ragazzine dell’epoca, che serviva per ridicolizzare la mascolinità. La posizione degli internati omosessuali fu fin dall’inizio tra le peggiori: in molti casi essi costituirono l’ultimo gradino della gerarchia del lager. Oggetto di violenze immotivate, trattati con particolare disprezzo dai nazisti e spesso anche dagli altri detenuti, i deportati omosessuali vennero destinati a lavori particolarmente duri, nella convinzione che in tal modo potessero riacquisire la loro mascolinità perduta. Heinz Dörmer, ex deportato omosessuale, ha dichiarato
“Quanto più spesso e più forte (le SS) ci picchiavano, tanto più aumentava la considerazione per loro. (…) Eravamo considerati una razza infame ed essi potevano fare di noi tutto ciò che volevano. Se avessero ucciso qualcuno di noi sarebbero stati addirittura lodati e noi dovevamo stare a guardare”.
Heinz Heger, un altro ex deportato omosessuale, ricorda
“un omosessuale che entrava in ospedale aveva pochissime probabilità di uscirne vivo. All’ospedale i deportati col triangolo rosa servivano da cavie per le ricerche e gli esperimenti medici che il più delle volte finivano con la morte”.
Le lesbiche che non vollero o non poterono nascondersi dovettero pagare un caro prezzo. A partire dal 1936 molte furono rinchiuse in ospedali psichiatrici e costrette a seguire programmi di rieducazione. Per tante altre si aprirono le porte dei campi di sterminio. Non si sa con esattezza quante furono le lesbiche internate nei campi di concentramento e di sterminio. Nella maggior parte dei casi il loro internamento avveniva con motivazioni ufficiali diverse dall’omosessualità: generalmente venivano classificate come “asociali”, come prigioniere politiche, come ebree, come comuniste, in tanti casi come prostitute. Per questo motivo molte furono costrette a lavorare nei bordelli dei lager. Non esistendo come categoria, le lesbiche non furono contraddistinte dal triangolo rosa, come accadeva per gli uomini. Alla fine della guerra questo sterminio invisibile venne totalmente rimosso dalla memoria collettiva: qualche ricerca ha iniziato a fare luce solo in anni recenti.
La fine della guerra e la liberazione dal nazismo e dal fascismo cambiarono ben poco la condizione degli omosessuali. Per molti, la liberazione dei campi di sterminio non significò affatto il ritorno alla libertà. Al contrario, accadde che molti triangoli rosa passarono dai campi di sterminio al carcere dove avrebbero finito di scontare la pena inflitta in base al Paragrafo 175: le autorità alleate ritennero che il castigo imposto fosse meritato e pertanto dovesse essere scontato fino in fondo. A nessun omosessuale, inoltre, venne concesso un indennizzo per quello che aveva subìto. La Repubblica Federale Tedesca non abolì il Paragrafo 175: si limitò ad alleggerirlo degli inasprimenti approvati dal regime nazista. Venne riformato nel 1969 ma verrà abrogato definitivamente solo nel 1994. Nel frattempo, 50.000 omosessuali verranno condannati per il proprio orientamento sessuale.
Anche i libri di storia rimossero la memoria dell’Omocausto. Molte associazioni di ex deportati, inoltre, rifiutarono (e alcune rifiutano tuttora) di considerare tali gli ex triangoli rosa. Il cammino per il riconoscimento degli omosessuali come vittime della follia nazista fu lungo.
Quando i cancelli di Auschwitz e degli altri lager vennero abbattuti, molti dei superstiti marchiati con il triangolo rosa preferirono tacere il vero motivo del loro internamento, diventando vittime senza voce e senza giustizia.
Il ricordo della Shoah non riguarda solo gli ebrei ma l'intera umanità. Ricordare e commemorare le vittime della Shoah non significa affattotrascurarealtri genocidi,né tantomenostabilire inutili ‘priorità’ tra stermini e dolori di un popolo piuttosto che dialtripopoli.
Per maggiori approfondimenti su questo tema si invita il lettore a fare riferimento alla cospicua e numerosa letteratura di riferimento.
BIBLIOGRAFIA
Scovino C., Fredy Hirsch. Un educatore ad Auschwitz. Omocausto: una storia dimenticata, La Meridiana, Molfetta (BA), 2023
Decise le date per l'assemblea primaverile di Polis Aperta: sabato 24 e domenica 25 febbraio a Sasso Marconi (Bologna). Per rispondere all'esigenza di avere una maggior socializzazione e un momento di incontro tra noi, dopo il Covid ne sentiamo il bisogno tutti, abbiamo optato per una struttura in grado di offrire spazi adeguati per assemblea, momenti conviviali compresa la possibilità per i partecipanti di pernottare all'interno. A breve potremo fornire maggiori dettagli con preventivi e programma delle due giornate... Stay tuned!
Con l’inizio del 2024 si apre al campagna tesseramento di Polis Aperta intitolata “Al servizio dei diritti”. Non un titolo a caso, ma che intende sottolineare come chi indossa una divisa, che appartenga all’esercito o ad una forza di polizia si metta al servizio delle cittadine e dei cittadini, a tutela della pubblica incolumità e diritti, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere di ciascun3.
Può iscriversi a Polis Aperta tutto il personale in forza ai corpi di Polizia, Forze Armate nonché gli appartenenti alle categorie indicate all’Art. 5 dello Statuto vigente:
“I soci ordinari sono coloro che condividono gli scopi dell’associazione e aderiscono ad essa versando la quota associativa annuale. Essi sono gli/le appartenenti alle Forze di Polizia nazionali e locali ed alle Forze Armate italiane in servizio ed in quiescenza, i/le dipendenti civili dei Ministeri dell'Interno, della Difesa e della Giustizia, i Vigili del Fuoco e gli/le appartenenti alla CRI, i loro amici/che e i/le partner, di qualunque orientamento sessuale.” Scopo dell’associazione è la promozione dei diritti della comunità Lgbtqia+, il contrasto alle discriminazioni sia all’interno dell’ambiente di lavoro che nella società civile e la formazione al personale in divisa per il contrasto ai crimini d’odio e alla violenza di genere.
Ogni altra richiesta di affiliazione all’associazione dovrà essere sottoposta al direttivo che potrà approvare o respingere la domanda. Chiunque condivida gli obiettivi di Polis Aperta può comunque sostenere la causa anche senza associarsi effettuando una donazione. In tal caso, se gradito, verrà trasmessa all’indirizzo email una tessera di sostenitore.
Per info iscrizioni.polisaperta@gmail.com
Vi aspettiamo! #diversamenteuniformi
L’associazione Frame ha organizzato lo scorso 16 dicembre all’interno del Cassero di Bologna un meeting per agevolare l’incontro del mondo della scuola con l’associazionismo Lgbtqia+.
L’evento era rivolto a docenti, insegnanti, educatrici e educatori, personale che a vario titolo lavora nella scuola secondaria di primo e secondo grado con lo scopo di prevenire il disagio giovanile e gli atti di bullismo nei confronti di studenti che si riconoscono nella comunità arcobaleno. Oltre a Frame, associazione attiva nella formazione scolastica, e a Polis Aperta all’incontro hanno partecipato numerose associazioni del movimento Lgbtqia+: Cassero - Gruppo Scuola, Gruppo Trans, Famiglie Arcobaleno, Centro Documentazione Cassero, Centro Risorse Lgbti+ (si occupano di ricerche), Agedo e Mit. Per Polis aperta hanno preso parte all’incontro Carlo Scovino e Marcello Libriani.
L’incontro ha visto una mattinata di confronto tra le associazioni, Polis Aperta ha posto l’accento sulla formazione che stiamo attivando per i/le nuovi/e assunti/e, nei corpi di Polizia, sul collegamento con Oscad – Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori - e al lavoro fatto in rete con altre associazioni per mettere in campo eventi formativi rivolti agli agenti già in servizio. In particolare è stato presentato il progetto “Bullismo e non solo” Scuola promosso da Agedo Lecce al quale ha preso parte anche uno dei nostri soci. Nel pomeriggio, infine, sono state nel presente alla comunità educante le azioni e le pratiche che hanno avuto il maggior riscontro in termini di efficacia. Il confronto ha permesso di raccogliere i bisogni degli educatori/corpo docente nei confronti delle tematiche sviscerate per una progettualità futura che consenta una sempre maggiore efficacia educativa
PROMOTORI: Associazione di Promozione Sociale F.R.A.M.E. (Alessandro Loforte), via San Lorenzo 22, Bologna - info@associazioneframe.it - www.associazioneframe.it
Il tempo dei diritti sembra per alcuni aspetti oggi trascurato, travolto dall’odio e dalla violenza ed essi sembrano una parola priva di futuro: invece dobbiamo ostinarci, ad esplorare nuovi territori di dialogo, di libertà e di dignità, responsabilità e appartenenza per poter assegnare alla parola “diritti” la sua capacità di generare rispetto e tutela della vita. Di fronte alle nuove sfide di tutela dei diritti umani di tutte e tutti, Polis Aperta con la sua quotidiana attività di testimonianza di storie, di volti, di esperienze, ma anche di sofferenze e bisogni, diventa ancor di più un “luogo” dove possiamo reclamare insieme il rispetto dei diritti attraverso la pratica della denuncia, dell’informazione, dell’educazione e della sensibilizzazione. Questo libro non ha ovviamente la presunzione di essere esaustivo e definitivo ma intende offrire un contributo su alcune riflessioni in materia di omosessualità, identità di genere e orientamenti sessuali sugli spazi e suoi luoghi che li abitano: questioni, tra l’altro, finalmente entrate nel dibattito pubblico anche se talvolta ancora alcune espressioni mi lasciano senza fiato (la barbarie della civiltà, la dissoluzione dei valori, la limitazione delle libertà, ecc.). Affermare la libertà di scelta dell’individuo e la sua uguaglianza davanti alla legge rappresenta la pietra miliare di Polis Aperta. L’introduzione di questo libro è stata affidata a Emanuele Russo, past president della Sezione Italiana di Amnesty International. Nel primo capitolo viene affrontato il tema della città come luogo di emancipazione e visibilità e viene presentata una breve descrizione delle città di San Francisco, Londra e Torino. Nel secondo vengono descritti gli spazi e i luoghi della comunità Lgbtiq+. Nel terzo capitolo viene approfondito il “caso” spagnolo prima, durante e dopo la dittatura di Francisco Franco. Nel quarto capitolo si riflette sul concetto di assimilazione ed emancipazione con uno sguardo particolare al movimento trans. La stesura di questa parte è stata redatta da Marina Malgeri. Il quinto capitolo esamina la sessualità, le relazioni e l’amore attraverso la lente della legge. Nel sesto e ultimo capitolo vengono descritte le città di Sitgez, Mykonos e Torre del Lago come possibili spazi e luoghi di liberazione o isolamento identitario. Il testo termina con una ricca bibliografia e sitografia e un glossario. Il libro ha ricevuto il patrocinio della Sezione Italiana di Amnesty International e i diritti d’autore saranno interamente devoluti a Polis Aperta. Questo libro è idealmente dedicato a tutti coloro che lottano per affermare i diritti di tutti e di tutte, dei ragazzi che continuano a suicidarsi per la vergona di essere omosessuali, dei figli adottati o nati dalla maternità surrogata, delle coppie omosessuali e delle persone transgender che condividono cammini di amore, solidarietà e affetto nonostante le temperie umane, le omissioni politiche e le negazioni legislative.
Note biografiche:
Carlo Scovino vive a Milano e lavora in ambito sociale e formativo da oltre 30 anni. Ha collaborato per molti anni con il Prof. Claudio Mencacci, past president della Società Italiana di Psichiatria. È laureato in Scienze della Formazione e svolge da molti anni un’intensa attività di formazione e sensibilizzazione su temi di carattere sociologico, civile e sociosanitario presso Scuole Medie Superiori, Università, all’estero (in Iraq per conto dell'UNICEF), associazioni del privato sociale e del no-profit. Ha pubblicato numerosi articoli su tematiche sociali, sull’empowerment, sui diritti umani, sulla diversity e sull’inclusion ed ha partecipato a numerosi convegni e seminari in Italia e all’estero. Ha inoltre già pubblicato numerosi libri su tematiche LGBT+. Ha conseguito il Master Monitoring the Human Rights of LGBTI+ Persons promosso da Global Campus of Human Rights e dalla Comunità Europea e l’Executive Master di II livello EMMAS (dirigenti strutture sanitarie e socioassistenziali) c/o l’Università Bocconi di Milano.
Chi per mestiere indossa una divisa, dell’esercito italiano o di corpi di polizia, ha giurato di difendere la Costituzione e i valori fondati della democrazia italiana in essa contenuti. Valori che parlano di uguaglianza tra cittadini, di rispetto per le minoranze e di parità di genere, chiunque vada contro i principi fondamentali della nostra Costituzione diffondendo l’odio, come se fosse un opinione come le altre, è indegno di portare una divisa e deve dimettersi.
Gli sproloqui contenuti nella pubblicazione autoprodotta del generale Roberto Vannacci non sono opinioni. E’ odio allo stato puro, insulti infarciti disprezzo per chiunque si discosti da una cultura eteropatriacale dove il dominio sul più debole e la prevaricazione la fanno da padrone. Ebbene queste “idee” non sono compatibili con il servizio alla democrazia e non sono compatibili con la responsabilità di gestione del personale che fa capo a un generale dell’esercito. Non sono idee, sono solo odio per il prossimo. Per tal motivo, pur apprezzando la presa di distanza dell’Esercito e le dichiarazioni del Ministro Crosetto, Polis Aperta, associazione Lgbtqi+ appartenenti alle forze armate e forze di polizia, chiede direttamente al generale Roberto Vannacci, che rivendica con tanta forza i proprio scritti, di dimettersi immediatamente per manifesta incompatibilità con il servizio al Paese.
POLIS APERTA è fiera di aver sostenuto e contribuito all'inaugurazione della prima casa arcobaleno a Reggio Emilia che accoglierà le persone vittime di odio omo-bi-transfobico e sarà intitolata allo scrittore Pier Vittorio Tondelli.
Aprirà i battenti il prossimo 20 novembre la prima Casa Arcobaleno di Reggio Emilia, una casa rifugio che sarà uno spazio sicuro e protetto creato da Arcigay Gioconda in collaborazione con il Comune di Reggio Emilia e Acer, dove accogliere le persone Lgbti+ in fuga da situazioni familiari o sociali di rifiuto e talvolta di violenza.
Dopo quasi tre anni di intenso lavoro arriva così a compimento questo progetto ambizioso e necessario per diverse persone gay, lesbiche, bisessuali, trans*. Sono diverse le persone in lista di attesa che attendono da tempo di accedere al servizio e che verranno contattate dall’équipe di volontari che seguirà i casi nel loro percorso di reinserimento sociale. La struttura – che sarà intitolata allo scrittore correggese Pier Vittorio Tondelli, morto il 16 dicembre 1991 - potrà ospitare fino a quattro persone (due in accoglienza emergenziale e due in accoglienza a medio termine) ed è situata nel quartiere Gardenia, nelle vicinanze della sede di Arcigay Gioconda.
Le persone accolte troveranno non solo una casa che risponda ai bisogni primari immediati, ma anche supporto legale e psicologico e accompagnamento alla rete dei servizi della città, sia pubblici che in collaborazione con enti e istituzioni come la Camera del Lavoro di Reggio Emilia, fin dall’inizio partner di progetto.
La Casa Arcobaleno, completamente gestita su base volontaria dall’Arcigay reggiana, prevede due forme di accoglienza (emergenziale, di due settimane, e a medio termine, di 6-9 mesi) per rispondere sia a richieste immediate che però possono essere gestite con passaggi di accompagnamento e mediazione con la famiglia di origine, sia a esigenze di ricostruzione di una autonomia laddove un rientro non sia possibile.
Per accedere alla casa sarà necessario contattare Arcigay Gioconda; dopo questa prima fase, sono previsti una serie di colloqui per verificare che il servizio sia compatibile con le esigenze presentate. Le persone ospitate firmeranno poi un accordo che delineerà il percorso da seguire e le regole di adesione al servizio.
Per festeggiare l’apertura della Casa Arcobaleno, domenica 20 novembre - giorno del Transgender day of remembrance – è in programma l’iniziativa “Un tè per la Casa Arcobaleno” presso la sede di Arcigay Gioconda, all’interno del Circolo Arci Gardenia, alle ore 17, durante il quale verranno presentate alcune scene tratte dallo spettacolo interattivo “L’Arcobaleno Oppresso” proprio sulle problematiche familiari e sociali che talvolta portano a una fuga e quindi all’esigenza di un rifugio. È possibile partecipare con una donazione di 10 euro: la prenotazione è gradita, tramite i canali social di Arcigay (www.facebook.com/arcigayreggioemilia, ig @arcigaygioconda). Per partecipare è necessaria la tessera Arcigay, che si potrà rinnovare o attivare sul posto. Tutto il ricavato verrà devoluto alla Casa, un progetto che non ha ricevuto alcun finanziamento pubblico.
HANNO DETTO – Il progetto della Casa Arcobaleno è stato presentato questa mattina nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno preso parte il sindaco Luca Vecchi, gli assessori alla Casa Lanfranco De Franco e alle Pari Opportunità Annalisa Rabitti, il presidente di Arcigay Gioconda Alberto Nicolini e il presidente di Acer Reggio Emilia Marco Corradi.
“Oggi arriva a compimento un progetto importante, che l’Amministrazione comunale aveva assunto come impegno con Arcigay Gioconda e che ha visto un lavoro corale da parte di una molteplicità su soggetti - ha detto il sindaco Luca Vecchi - In realtà si tratta di un impegno ancora più ampio, che si assume un’intera città rispetto ai bisogni della comunità Lgbti+ e che rappresenta una ulteriore pagina significativa della storia di Reggio Emilia nella storia dei diritti civili”.
“La Casa Arcobaleno – ha sottolineato l’assessore Lanfranco De Franco – è un progetto che riguarda le politiche abitative oltre che i diritti civili. E’ un servizio mirato, che già abbiamo per altre situazioni critiche, dedicato a tutte le persone che si trovano senza un tetto a causa delle proprie scelte personali legate all’identità di genere o all’orientamento sessuale. Da oggi queste persone sanno che a Reggio Emilia hanno la possibilità di contare sul supporto della comunità”.
“L’inclusione e la tutela dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, su cui lavoriamo da anni con Arcigay, rappresentano una parte fondante delle politiche dell’Amministrazione comunale - ha detto l’assessora Annalisa Rabitti – Siamo orgogliosi di aver collaborato ad un progetto che punta a fornire una risposta concreta alle persone che fanno coming out o che si trovano in emergenza abitativa, ed è un valore aggiunto il fatto che questa Casa Arcobaleno sia dedicata al nostro Pier Vittorio Tondelli”.
“Il risultato che celebriamo in questi giorni non appartiene solamente ad Arcigay, al Comune e ad Acer, ma anche e soprattutto a più di un centinaio di enti, associazioni e singole persone che si sono unite per permetterci di creare un servizio di comunità basato sul volontariato per il bene di chi non ha una casa o è vittima di violenza solamente perché è Lgbti+ - ha detto il presidente di Arcigay Alberto Nicolini - Personalmente sono grato, posso dire fino alle lacrime, perché potremo rispondere con un servizio concreto alle telefonate che ci chiedono aiuto in emergenza, a tutte le ore, da parte di giovani, donne, persone trans. Non potete immaginare quanto sia difficile dover dire ‘non possiamo aiutarti’ a chi è disperato o ha bisogno di aiuto: voi ci permettete di uscire dall’impotenza e ci impegniamo a fare il più possibile e anche qualcosa di più”.
“La capacità di un territorio di dare risposte al bisogno abitativo – ha detto il presidente Marco Corradi - si misura non solo dalla quantità di alloggi messi a disposizione, ma anche dalla sensibilità nell’interpretazione dei bisogni, oggi sempre più differenziati. Il contributo di Acer Reggio Emilia, in questo caso, non si limita alla sola gestione dell’alloggio, ma metterà a disposizione anche tutte le attività necessarie all’accompagnamento all’abitare per garantire il benessere degli abitanti”.
LE RISORSE PER LA GESTIONE E A SUPPORTO DELLA STRUTTURA - La Casa Arcobaleno di Reggio Emilia è situata all’interno di un appartamento concesso in comodato d’uso da Acer – tra quelli a disposizione dei Comuni per progetti speciali a favore delle categorie fragili - e viene gestita dall’associazione Arcigay in virtù di una manifestazione d’interesse promossa dal Comune di Reggio Emilia: il contratto di concessione ha una durata di tre anni, rinnovabili, fino al 30 settembre 2025.
L’appartamento – della cui individuazione e sistemazione si è occupata Acer – è composto da due camere da letto, un bagno, una sala da pranzo con ingresso e una cucina, balcone e cantina di pertinenza.
Lo spazio è completamente autogestito da Arcigay grazie alle donazioni raccolte nell’ultimo anno sia tramite la campagna di raccolta fondi sulla piattaforma Ideaginger che da parte di privati, associazioni e circoli Arci, per un importo complessivo di circa 25.000 euro. In contemporanea alla campagna di raccolta fondi, inoltre, l’associazione ha promosso una serie di iniziative ed eventi sul territorio reggiano per raccogliere ulteriori risorse e promuovere la conoscenza del progetto. Tra questi fondi si sono aggiunti quelli di alcuni soggetti istituzionali del territorio, tra cui Cgil Reggio Emilia che – oltre a un contributo economico di 2.000 euro - ha sottoscritto una lettera di intenti sul tema delle discriminazioni sul lavoro e l’orientamento ai diritti. Parte dei fondi sono già stati utilizzati per l’allestimento della struttura, l’assicurazione, l’istallazione di cucina e parte del bagno oltre che all’acquisto del mobilio necessario, mentre i restanti andranno a coprire le spese di gestione e alimentari, nonché il sostegno agli ospiti per le esigenze quotidiane. Si tratta dunque di un progetto estremamente impegnativo ed oneroso per l’associazione, basato integralmente su donazioni; chi volesse contribuire, potrà farlo tramite donazione direttamente dal sito https://arcigayreggioemilia.it/sostienici/ oppure su conto corrente intestato a “Comitato Provinciale Arcigay Gioconda”, Iban IT62T0850912801028010020324, causale Donazione Casa Arcobaleno Pier Vittorio Tondelli. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito web.
UN SIMBOLO PER RICORDARE LE VITTIME DI OMO-BI-TRANSFOBIA – Le diverse camere della Casa Arcobaleno saranno intitolate simbolicamente in ricordo di persone care alla comunità Lgbti* reggiana ma non solo: tra le ricompense previste nell’ambito della raccolta fondi, c’era infatti la possibilità di dedicare una stanza a una persona specifica per mantenerne viva la memoria o di avere un posto nel totem di ringraziamento all’interno della stessa casa.
Una delle stanze sarà dedicata a Bingo, tra i primi iscritti di Arcigay Gioconda e storico fotografo dell’associazione, “una persona taciturna, ma parlava con lo sguardo quando stava con noi, ascoltava rimanendo presente. Si intuiva dai suoi occhi che aveva sofferto nel passato, ma aveva il piacere di stare in compagnia con noi, era diventato il nostro fotografo ufficiale” come lo descrive l’attivista Claudio Borri, che vuole ricordare la figura di un uomo mite che sulla sua pelle aveva scontato il peso di non essere accettato dalla famiglia: “Quindi ci tenevo a dare il nome di questa persona proprio perché una Casa Arcobaleno serve anche per vincere la solitudine”.
Una seconda stanza, con una scelta altamente simbolica fatta dal Gruppo migranti di Arcigay, sarà dedicata a Papa Blessing, un esponente della comunità gay nigeriana, scomparso anni fa. “Ad Abuja in Nigeria c’era un ristorante in cui se eri gay sapevi che potevi andare e trovare consiglio, protezione, amicizia. Era il locale di Papa Blessing, un uomo che era punto di riferimento per tutti noi giovani nella Nigeria omofoba – spiega Tony Andrew, attivista nigeriano e leader del gruppo migranti di Arcigay Reggio Emilia - Papa Blessing è morto improvvisamente circa dieci anni fa ma lo pensiamo spesso, perché chi lo ha conosciuto ha trovato un esempio di vita orgogliosa in quel paese di terrore. Non abbiamo neanche una sua fotografia: dare il suo nome a una delle stanze della casa arcobaleno è un bel modo di ricordare questa brava e coraggiosa persona che tanto ci ha aiutato in Africa”.
Infine una terza stanza sarà dedicata, come scelto dal Circolo Arci Gardenia, a Samba Coly, amico di tutto il circolo, morto ad appena trent’anni nel 2019. Originario del Senegal, era molto conosciuto: già meccanico e tornitore, forte della propria manualità si era messo a svolgere un’attività di creazione di scatole artigianali. “Metteva il bene degli altri al primo posto, c’era sempre nel momento del bisogno. Samba per gli amici era quella persona che ti capiva solo guardandoti negli occhi e senza dire una parola ti abbracciava. Amava fare del bene, senza voler niente in cambio con pura gentilezza e disponibilità”.
PERCHÉ UNA CASA ARCOBALENO – In tutta Italia ci sono meno di 80 posti per aiutare le persone vittime di omofobia e violenza a causa del proprio orientamento sessuale e dell’identità di genere. A Reggio Emilia, nel 2021, son state una ventina le persone che si sono rivolte ad Arcigay perché vittime di discriminazioni per il proprio orientamento sessuale o identità di genere. Molti di questi casi non vengono neppure denunciati: tantissime persone infatti rimangono nell’ombra e senza nessuna rete di protezione, pensiamo agli adolescenti che vengono cacciati di casa perché hanno fatto coming out.
Durante il lockdown, in particolare, gli SOS giunti ad Arcigay sono stati tantissimi: si tratta di persone che nelle proprie abitazioni, in famiglia, sono state vittime di prevaricazioni o intimidazioni per il fatto di essere gay, lesbiche o trans.
In occasione dell’annuale assemblea dei soci che si è tenuta a Reggio Emilia lo scorso 5 novembre 2022, Polis Aperta ha organizzato in collaborazione con Silp Cgil e Arcigay Gioconda, un convegno dal titolo “Discriminatə dentro e fuori le istituzioni. Aprire un dialogo per contrastare insieme i crimini d’odio”.
L’evento, che si svolto all’interno della sala Di Vittorio della camera del Lavoro reggiana, si poneva l’ambizioso obiettivo di aprire un dialogo con le parti sociali. Grazie alla partecipazione di tutte le istituzioni chiamate in causa si sono create nuove sinergie che permetteranno in futuro di mettere in campo azioni concrete, come corsi di formazione mirati agli agenti, per fornire strumenti adeguati al contrasto dei crimini d’odio anche per chi opera su strada.
Tutti gli interventi a partire dal quello di Emanuele Biondi, segretario provinciale di Silp Cgil e dell’assessore alla Sicurezza del Comune di Reggio Emilia, Nicola Tria, sono stati improntati alla massima collaborazione. Il confronto tra lo status quo della lotta alle discriminazioni in Italia e le azioni portate avanti nel resto della Comunità Europea è stato possibile grazie al contributo di Alain Parmentier di Egpa – European lgbt police association. La mattina è poi proseguita con gli interventi della consigliera comunale reggiana Marwa Mahmoud che ha illustrato il piano della città emiliana per combattere i crimini d’odio basati sul pregiudizio razziale. Particolarmente toccanti sono state, infine, le esperienze di vita vissuta riportate da un giovane appartenente al gruppo migranti Lgbtq+, introdotta da Alberto Nicolini, presidente Arcigay di Reggio Emilia sulle difficoltà di ottenere lo status di rifugiato e da Alessio Avellino, presidente di Polis Aperta e di agente di polizia transgender.
Nel pomeriggio l’assemblea ha discusso e approvato il bilancio e gli ordini del giorno dell’associazione. La giornata è stata un’occasione di festa dove sociə, appartenenti a diversi corpi di polizia e dell’esercito, hanno avuto l'occasione di reincontrarsi, di confrontarsi e mettere in campo nuove sinergie per contribuire a rendere l'Italia, una nazione più inclusiva al pari con le democrazie europee. La giornata reggiana di Polis Aperta si è poi conclusa a con la cena sociale a basi dei prodotti tipici del territorio.
Polis Aperta, appello al Ministero: “Lavoriamo insieme per aggiornare i bandi di concorso per la selezione del personale”
In merito alla polemica nata negli ultimi giorni sulla pubblicazione, da parte del Ministero dell’Interno di un bando di concorso per l’assunzione di oltre 1300 agenti di Polizia di Stato, dove “i disturbi dell’identità di genere” sono stati inseriti fra le malattie mentali incompatibili con il servizio degli aspiranti agenti, Polis Aperta, unica associazione italiana di persone Lgbtqi+ appartenentə a forze di polizia e forze armate, lancia un appello alle Istituzioni affinché queste definizioni anacronistiche vengano al più presto modificate. Occorre lavorare insieme, associazionismo e istituzioni, per adeguare la selezione del personale all’evoluzione della società e per abbattere la disinformazione e il pregiudizio sulle persone con identità di genere non allineata al proprio sesso biologico o gender non conforming. Le reclute, gli agenti del futuro, devono essere selezionati tenendo conto dell’evoluzione dei costumi e della nostra società, perché sarà con questa realtà che si dovranno confrontare i neopoliziotti quando opereranno, tutti i giorni, sulle strade italiane. Nel 2010, la Wpath, World Professional Association for Transgender Health, ha pubblicato il “De-psychopathologisation statement” nel quale ha chiarito che le identità di genere vanno ritenute varianze di genere, perciò le probabili espressioni di genere che ne derivano non devono ricevere attribuzioni negative o patologiche. In pratica non essere cisgender è solo la manifestazione dell’identità individuale di ciascuno non condizione patologica.
“La diagnosi di disforia di genere - spiega Alessio Avellino, agente di Polizia di Stato e presidente di Polis Aperta - non si ottiene semplicemente sottoponendosi ad una perizia medica, nessuno specialista potrebbe mai affermare che un soggetto deve intraprendere un percorso di transizione senza l’intenzionalità dichiarata da quest’ultim*: la percezione di sé, del proprio corpo e l’esperienza della mascolinità e della femminilità in termini di espressione di genere sono del tutto soggettive e insindacabili. In che modo questa autodeterminazione si colloca nell'ambito concorsuale? È chiara l’inadeguatezza scientifica dei regolamenti e la criticità di “disturbi dell’identità di genere attuali o pregressi” dal momento che la disforia di genere non è più un disturbo – secondo gli aggiornamenti dei manuali scientifici - e non può essere diagnosticata “coattamente” in nessuno soggetto al momento della verifica dell’idoneità, figurarsi nel “pregresso”. La presunta diagnostica sul passato solleva ulteriori dubbi: pregressi perché risolti o mai diagnosticati? Se ci si riferisce ad una condizione di “risoluzione del disturbo”, la domanda che sorge spontanea è in che modo? Alla luce di tutti i riferimenti scientifici che possediamo oggi, si può ancora alludere ad una “probabile risoluzione” di varianze legate alla propria identità senza rischiare una correlazione con inammissibili cure riparatorie? Se, invece, per pregresso si intende un percorso di transizione già avviato per allineare il proprio corpo alla percezione di sé, quindi nei fatti un livello di benessere psicologico già raggiunto, risulta inconsueta la mia presenza all’interno del Corpo. Di fatto la polizia è stata in grado di riconoscere operatori che hanno dichiarato – come me – di essere molto più del loro sesso biologico e ha lasciato loro la libertà di autodeterminarsi negli ambienti lavorativi, perché non aprirsi alla possibilità di aggiornare i regolamenti che favorirebbero la loro tutela e quella di chi semplicemente aspira ad indossare la divisa col proprio genere d’elezione?!”

